Costume e Società

Paola Sammarro: «Gli stereotipi di genere hanno radici profonde»

Paola Sammarro, giornalista pubblicista, si occupa di comunicazione e contenuti pubblicitari per diverse aziende. Da sempre esplora, indaga e lavora con il femminile nelle sue varie espressioni di vita.
Tra le tante attività, negli ultimi anni ha approfondito gli studi sulla cultura dello stupro, sulla legge Codice Rosso, sul Revenge Porn, sullo stalking e il cyberbullismo. Ha ideato e gestito Natura Donna Impresa, un evento dedicato all’imprenditoria femminile, manifestazione patrocinata dal Comune di Milano portata con successo a Expo 2015 e conclusasi nel 2017 con l’apertura di un temporary shop nel capoluogo lombardo.
Oggi abbiamo incontrato Paola Sammarro per ascoltare cosa avesse da dirci sulla donna in occasione della sua Giornata Internazionale.
Come è nata l’idea di istituire Io Calabria?
Per non sentirmi più ripetere “tanto qui funziona così”. Gli stereotipi di genere sono ancora una realtà ben radicata nell’Italia tutta, ma pare che in Calabria sia tutto risolvibile con un “tanto qui funziona così”. Imparare a dare il giusto nome alle cose, alle situazioni, ai contesti che ci circondano è fondamentale per prendere coscienza di ciò che accade intorno a noi. Io Calabria è un’associazione che in questi mesi, tramite eventi, presentazione di libri, incontri con ostetriche, psicologhe, giornaliste e altre figure di riferimento femminile e non solo, ha puntato i riflettori sulla prevenzione e la salute femminile. Dal menarca a oltre la menopausa. Il corpo delle donne non è solo un fatto medico e privato. È cultura, politica, società, narrazione. Ha bisogno di riappropriarsi della propria voce, di avere spazio pubblico. Raccontare il proprio femminile equivale a dire “mi penso, mi racconto, dunque sono”. L’obiettivo di Io Calabria è quello di restituire alle donne calabresi la propria voce narrante “per non essere mai più raccontate da altri.” Come scriveva Michela Murgia, “Immaginarsi donna è stato difficile anche per le donne stesse, dopo secoli passati ad ascoltare storie di uomini raccontate da uomini.”
Credi che la donna abbia raggiunto in toto il suo obiettivo di vedersi equipararta al, cosiddetto dai più, sesso forte, così come dovrebbe essere, stando alla riforma del diritto di famiglia del 1975, o abbia ancora tanta strada da fare?
La strada è ancora lunga e ardua. Forse, per comprendere meglio quanto e quale percorso sia ancora necessario intraprendere, è bene fare un ripasso di quello che è stato percorso fino ad oggi. La questione della parità di genere è un dibattito esistente già nel ‘700, con la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina scritta da Olympe de Gouges nel 1791, in piena Rivoluzione Francese. E poi prosegue nel 1865 in Gran Bretagna con la cosiddetta prima ondata del femminismo, che vede come protagoniste le suffragette e il diritto di voto. La seconda ondata del movimento femminista prosegue negli anni ‘60 del ‘900. Cambiano le tematiche e le rivendicazioni: la sessualità, lo stupro e la violenza domestica, i diritti riproduttivi, ma anche la parità di genere sul posto di lavoro. Anche in Italia il movimento femminista acquista spazio, ha voce. Negli anni ‘70 le piazze del nostro Paese vengono invase da tantissime donne decise a rivendicare diritti ancora negati, come quello di divorziare o di interrompere una gravidanza indesiderata. Le battaglie per l’aborto e il divorzio sono le più famose, ma non le uniche. Le femministe italiane si battono per rimuovere il delitto d’onore, che assicurava pene ridotte agli uomini che assassinavano la moglie adultera. Durante la terza ondata, collocata negli anni ‘90, le discriminazioni non sono affatto scomparse! Si continua a lottare perché il divario salariale tra uomini e donne venga riconosciuto e colmato. Oggi parliamo di una quarta ondata quando parliamo di attivismo digitale, di femminismo intersezionale, che vede come intersecate le dimensioni di oppressione che colpiscono le donne, ovvero tiene conto delle diverse oppressioni che si intersecano con quelle dovute al genere. Ad esempio l’omotransfobia, il razzismo, il classismo, l’abilismo, la grassofia, le discriminazioni dovute alle condizioni economiche e così via. Cambiano i tempi e cambiano le istanze.
Cosa pensi del matrimonio? È diversamente inteso, oggi, rispetto a un tempo?
La condizione femminile è sempre di per sé sminuita, anche all’interno del matrimonio etero contemporaneo. La nostra educazione ha una matrice patriarcale abbastanza interiorizzata, anche dalla donna stessa. Il matrimonio ancora oggi rappresenta per la maggiore l’ideale di una costruzione famigliare che per essere tale, deve comprendere la nascita di uno o più figli. E sappiamo bene che ciò comporta una rinuncia maggiore alla vita pubblica e lavorativa delle donna. Certo, questa non è la regola per tutti, ma va per la maggiore. Nonostante i cambiamenti sociali degli ultimi decenni (e i buoni propositi) ci troviamo a replicare una divisione dei ruoli nella quale gran parte del lavoro famigliare spetta alle donne. I lavori domestici e di cura sono ancora associati alla donna. Lui ti aiuta ma il compito è femminile, anche laddove un uomo e una donna lavorino entrambi a tempo pieno sono le madri a occuparsi di più della casa e dei bambini.
A inizio anno, in Cina, è entrato in vigore il primo Codice Civile che rappresenta un’innovazione relativamente ai diritti delle donne, da sempre adombrati. Ne abbiamo sentito parlare quando una corte di Pechino, in una causa di divorzio, ha riconosciuto alla donna, perché dedita alla cura dei figli e alla gestione domestica, una retribuzione, benché irrisoria e simbolica. Tu pensi che l’attività di una casalinga sia da considerarsi un lavoro a tutti gli effetti o che sia scontato che una donna, perché possa essere definita tale, si occupi di tutto ciò?
Nel nostro immaginario crediamo che sia normale e giusto che una donna si occupi della sfera domestica. Perché funziona così per natura. Lo abbiamo visto fare alle nostre nonne, magari alle nostre madri. “Una mamma si sacrifica perché non ama niente al mondo più dei suoi figli. È l’angelo del focolare.” Ce lo sentiamo ripetere da sempre. E per molte donne è davvero così: alcune lo hanno scelto consapevolmente, per altre è l’unico ordine della vita che conoscono. Il punto però rimane sempre lo stesso, la cura della casa, crescere i figli o assistere gli anziani, toglie spazio e tempo alla donna, che non può cercare un lavoro e, di conseguenza, non può garantirsi un’autonomia economica. È questo è il primo motivo per cui molte donne restano intrappolate in matrimoni infelici, perché non hanno la possibilità di mantenersi e magari hanno un’età che le rende difficili da collocare in ambito lavorativo. Quindi sì, è giusto che, successivamente a una rottura, ci sia un mantenimento o un risarcimento.
Ti piace l’espressione femminicidio o credi più convintamente che si tratti della strumentalizzazione di un generalissimo caso di omicidio? Anche degli uomini vengono uccisi nel mondo per mano femminile, ma quasi nessuno ne parla con la stessa enfasi…
Come giornalista mi preme moltissimo chiarire questo aspetto. Anzi invito a una seria presa di responsabilità deontologica da parte dei media, che spesso abusano di narrazioni tossiche fuorvianti che non fanno altro che alimentare la cultura d’odio in cui viviamo. Femmicidio e femminicidio sono due termini specifici che definiscono gli omicidi contro le donne, in tutte le loro manifestazioni, per motivi legati al genere. Ancora più semplicemente: ammazzata in quanto donna. Non costituiscono incidenti isolati, raptus o delitti passionali frutto di perdite improvvise di controllo o di patologie psichiatriche, ma sono l’ultimo atto di una catena di violenza di carattere economico, psicologico, fisico o sessuale. I femminicidi sono un fatto sistemico, solo nel 2021 c’è stato un femminicidio ogni 5 giorni, i mezzi di informazione hanno il dovere di fornire una narrazione corretta, non da romanzo rosa e gossipparo.
Essendo impegnata attivamente nel femminile e pienamente al corrente della sfera sociale in cui la donna vive oggi, cosa ti senti di consigliarle nella giornata a lei dedicata?
Essere donna non vuol dire per forza appartenere al femminile. Cito Simone de Beauvoir: “donna non si nasce, piuttosto lo si diventa”. Quest’affermazione, divenuta ormai pari a uno slogan, riflette l’idea del genere come strettamente legato all’insieme di comportamenti, doveri, credenze, aspettative che un particolare gruppo culturale ritiene definisca la condizione della donna e quella dell’uomo. Da sempre, in quanto donne, ci hanno educate a ruoli ben prestabiliti. La brava bambina tanto bellina, la ragazza educata che non dà tanta confidenza “ai maschi” sennò la gente parla, la donna che “il lavoro sì, ma poi quando lo fai un figlio, e se ti sposi pulisci la casa e fai attenzione alle esigenze di tuo marito”. E poi guai a riscoprirti non più felice all’interno di un matrimonio, se ti separi poi è vergogna! Ecco, se proprio devo consigliare qualcosa, suggerisco di ripensare alla propria identità oltre al proprio sesso biologico. Chi lo dice che se sei femmina devi comportarti così? Bisogna cominciare a essere più consapevoli della propria personalità, dei propri desideri e delle proprie potenzialità, oltre il “rosa e il celeste”, e far sentire la propria voce. Le gabbie mentali indotte dai costrutti socioculturali non fanno bene. Alle donne così come agli uomini.
E… se fossi un uomo?
Io non mi sono mai pensata uomo. Ti risponderei con quello che mi piacerebbe gli uomini facessero per… Credo, però, che anche gli uomini siano vittime della loro stessa cultura patriarcale e sessista. Agli uomini è richiesto essere indistruttibili, poco emotivi, forti, ricchi, audaci. E se non lo sei vali poco. Questo non solo è terribile, perché impone agli uomini uno standard da raggiungere e nessuna educazione sentimentale, ma li mette costantemente sotto pressione, genera il più delle volte violenza. Mi sento di suggerire, dato che oggi parliamo anche di femminismo, il libro edito da Eris Perché il femminismo serve anche agli uomini di Lorenzo Gasparrini, filosofo e femminista, che da sempre indaga l’essere uomo, maschio, da un punto di vista differente.

Caterina Sorgiovanni

Nata a Locri nel non molto lontano 1993, è iscritta al Corso di Laurea in Scienze delle Pubbliche e Private Amministrazioni, ma conserva in un cassetto di cui non ha ancora trovato la chiave un debole per la facoltà di Lettere Classiche. Non si tira indietro dinanzi al confronto verbale ma preferisce scrivere, arte che, leggenda vuole, ha praticato dal primo giorno di vita. Scriveva infatti sulla schiena della madre quando la cullava, lo ha fatto per mettere a tacere i cattivi pensieri, lo fa oggi per Métis. L’armonia e la flessibilità che condivide con le parole le hanno rese le sue più care amiche… a differenza di quanto avvenuto con quegli antipatici dei numeri che si ostinano a racchiudere tutto in schemi.

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