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Attualità

Via Fani, il sequestro di Aldo Moro e le strade per la Locride

Sono trascorsi 43 anni dal sequestro dell’allora Presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro. In via Fani, a Roma, sono le 9 di mattina quando si consuma un delitto eccellente. Il leader della DC cade nelle mani di un commando delle Brigate Rosse. Una strage, con l’omicidio di 5 uomini della sua scorta.
Lo Stato Italiano si ritrova in balia della strategia brigatista. Inizia un calvario che terminerà in maniera altrettanto tragica con il rinvenimento, in via Caetani, del corpo senza vita dell’Onorevole Moro.
Uno scacco al potere istituzionale che ha lasciato numerosi coni d’ombra. Un’azione che si può paragonare all’omicidio di John Fitzgerald Kennedy a Dallas nel 1963, e che ha segnato profondamente gli Stati Uniti d’America.
Nel corso degli anni si è più volte discusso della presenza in via Fani di “soggetti calabresi”, almeno uno ritenuto “vicino a una potente famiglia di ’ndrangheta di San Luca”. Un Nirta, che non ha mai smentito e non ha mai confermato la sua presenza in quei luoghi. Un Nirta che è deceduto qualche anno fa senza lasciare una traccia evidente della sua presupposta e mai confermata presenza fisica, seppur casuale, in via Fani. Un mistero che si è sempre più tinto di giallo. E tale rimarrà, ma senza una plausibile soluzione.
Eppure c’è chi sostiene che, da via Fani, ci sono strade che hanno portato nella Locride. Ci sono misteriosi soggetti appartenenti a settori dello spionaggio interno che avrebbero cercato di mettere in contatto alcuni apparati dello Stato, per lo più si sarebbe trattato di poteri occulti, vicini a quella che sarebbe da intendersi la masso-mafia, con frange del gotha della ’ndrangheta.
Stato e anti-Stato insieme per cercare una via d’uscita meno traumatica possibile da quel gesto forte e inaspettato dell’azione brigatista. Ci sarebbe stato un momento in cui, più che a patti, si sarebbe cercato un confronto per evitare la catastrofe di una rivoluzione rossa in Italia. Una rivolta che, pure, si era immaginata possibile, ma che di fatto era irrealizzabile per mancanza di una vera e propria coscienza di classe nel Mezzogiorno d’Italia che, allora, e forse anche oggi, non è maturo per quelle soluzioni paventate dalle BR. Un territorio, il Sud, che era intriso di poteri di ogni sorta, tranne che di quello che si richiamava alla lotta di classe.
Un territorio lontano dalla Capitale ma che, allora come in parte oggi, aveva una luce propria sotto il cielo di Roma. Il potere cerca altro potere. I poteri si intrecciavano così come si sono intrecciate le strade da e per Roma che hanno portato nella Locride. Non si troveranno conferme ufficiali, ma sembra che ci siano stati diversi contatti tra quei poteri di diverso tipo, tramite professionisti legati ai due mondi. Fitte trame che avrebbero addirittura contribuito a scoprire il luogo in cui i brigatisti nascondevano l’Onorevole Moro. Ma, a quel punto, il destino del Presidente sarebbe stato segnato e a nulla sarebbero valsi i tentativi per salvarlo. L’Italia stava cambiando e gli italiani lo avrebbero saputo solo il 9 maggio 1978, quando i brigatisti hanno fatto ritrovare il cadavere dello Statista nel portabagagli di una Renault 4 rossa.
Nel momento in cui si ritrova il cadavere l’Italia ha probabilmente perso una grande opportunità di tentare una svolta dirompente e forse davvero rivoluzionaria con il progetto politico moroteo del compromesso storico. Quel delitto scompagina anche gli assetti del partito di maggioranza e delle sue correnti e porta altri lutti violenti, e un’altra vittima eccellente, uccisa dalla mafia, sarà due anni dopo Piersanti Mattarella, fratello dell’attuale Presidente della Repubblica Sergio.
Probabilmente è quello il periodo storico in cui le massomafie riescono ad avere la possibilità di entrare nei palazzi romani dal portone principale, con l’abito nuovo fatto su misura dalle circostanze differenti di un legame, mai davvero storicizzato, tra poteri più o meno oscuri, con personaggi altrettanto ambigui che, ancora oggi, nel loro silenzio, ritengono di proteggere la libertà, e che spesso rappresentano una via di mezzo tra ordine e disordine programmato.

Foto: adnkronos.com

Oὐδείς

Oὐδείς (pronuncia üdéis) è il sostantivo con il quale Ulisse si presenta a Polifemo nell’Odissea di Omero, e significa “nessuno”. Grazie a questo semplice stratagemma, quando il re di Itaca acceca Polifemo per fuggire dalla sua grotta, il ciclope chiama in soccorso i suoi fratelli urlando che «Nessuno lo ha accecato!», non rendendosi tuttavia conto di aver appena agevolato la fuga dei suoi aggressori. Tornata alla ribalta grazie a uno splendido graphic novel di Carmine di Giandomenico, la denominazione Oὐδείς è stata “rubata” dal più misterioso dei nostri collaboratori, che si impegnerà a esporre a voi lettori punti di vista inediti o approfondimenti che nessuno, per l’appunto, ha fino a oggi avuto il coraggio di affrontare.

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