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Costume e Società

Le mani sapienti di mastro Peppe, custode dell’arte dei “panàra”

L’artigianato calabrese, da sempre, si distingue per originalità e creatività, qualità necessarie per resistere nel tempo. Tra i tanti saperi lontani e ormai quasi scomparsi a causa dei ritmi veloci imposti dalla moderna quotidianità, figura la lavorazione dei tradizionali panàra (panieri), oggetti che rappresentano delle autentiche reliquie di rara bellezza. Di quel mondo contadino, vissuto da braccia laboriose e umili mani che profumavano di terra, rimangono alcuni racconti appassionati e qualche sprazzo di poesia popolare mai veramente passata. A tutto ciò che viene tramandato oralmente e fattivamente si aggiungono delle capacità manuali invidiabili, frutto di esperienze pratiche e di vecchi metodi studiati ed elaborati sul campo, con dedizione e impegno. mastro Peppe, da Bovalino Superiore, ad esempio, è uno di quegli uomini che appartengono a un’epoca trascorsa, durante la quale si è fatto guidare dalle sue mani ancor prima che della sua mente, sperimentando varie tecniche e modalità di lavoro. Come per tanti figli di quegli anni, anche il percorso di vita di Peppe è stato segnato, fino a oggi, da un legame viscerale e indissolubile con la terra, intesa nel suo senso più ampio e profondo: dai sapori ai profumi, dalle risorse alle piante, dai colori ai fiori. mastro Peppe, che da giovane era un abile e caparbio carpentiere, non ha mai abbandonato la sua amata campagna, ammirando la diversità di ogni stagione e di ogni dettaglio, apprezzando e assaporando le inestimabili ricchezze naturali. Nell’ottica di questo morboso e romantico rapporto con la natura, si colloca anche la sua passione per i panàra, la cui lavorazione richiede pazienza, una certa conoscenza dei passaggi da effettuare e, soprattutto, delle virgheglie (salix viminalis) da reperire e scegliere scrupolosamente. Innanzitutto, nel mese di agosto, le cui calde temperature favoriscono la maturazione di alcune piante, occorre raccogliere a ligunìa (clematis vitalba), procedendo a un’attenta distinzione tra la razza masculìna e quella fimmaneglia: la prima presenta una foglia più larga e corposa, simile a quella della ruvetta (siepi di rovi); la seconda, invece, utile per il procedimento manifatturiero dei panàra, è facilmente individuabile per la piccolezza delle foglie. Una volta selezionata e raccolta, a ligunìa deve essere accuratamente pulita e mundàta (sbucciata), affinché possa avere una parete esterna piuttosto liscia e netta, priva di increspature. Nei passaggi più insidiosi e impegnativi, tuttavia, rientra la lavorazione delle canne (arundo donax), da spaccare e tagliare con precisione e delicatezza, con un certo senso della misura, al fine di ottenere spessori uguali o comunque molto simili. Inoltre, sempre nel periodo di agosto, importante è la raccolta delle virgheglie di agghjastru (olivo selvatico), anch’esso da distinguere in due tipi, ossia rizzu e fimmanegliu: in questo caso, però, è il primo a prevalere sul secondo, grazie alla sua elevata resistenza. Dopodiché, dopo aver messo dentro tutta a rrobba necessaria, col tempo si prosegue con l’effettiva elaborazione e realizzazione dei panàra, tra i quali dobbiamo includere i tafaregli (canestri di vimini) e i còfini (cesti rotondi e alti): ogni varietà possiede forme, caratteristiche e consistenze diverse, anche in relazione al culacchju (fondo del recipiente) con cui si decide di iniziare la manifattura. Un lavoro minuzioso, meticoloso e senz’altro passionale, quello portato avanti da mastro Peppe, fiero conservatore di quest’antica e nobile arte, felice e speranzoso di poterla tramandare alle nuove generazioni. Il suo e il nostro obiettivo, naturalmente, è quello di non disperdere e valorizzare il patrimonio artigianale e artistico-culturale dei nostri territori, non soltanto per un semplice quanto doveroso approfondimento sulle radici calabresi, ma soprattutto per pensare, programmare e immaginare il futuro con una consapevolezza diversa delle cose e dei luoghi, imparando a coltivare la bellezza e allenando costantemente la sensibilità della mente e dello spirito.

Giovanni Ruffo

Nato e cresciuto sullo Jonio, con il corpo accarezzato dalla brezza del mare e un potente richiamo spirituale in Aspromonte. Cittadino e straniero ovunque, amante della bellezza immateriale e delle meravigliose ricchezze che madre natura dona ai suoi ospiti. Avventure radiofoniche di musicultura e una passione viscerale per il teatro e la scrittura, terapie dell’anima necessarie per coltivare i princìpi di resilienza e r-esistenza, coniuga la tradizione con l’innovazione, le radici con le ali. Ricerca sprazzi e scorci di poesia nelle crepe, negli anfratti più nascosti, in ogni spigolo di mondo. Ama la diversità e la libertà, intese come opportunità e strumenti di crescita. Detesta i muri dell’indifferenza e crede nei ponti dell’umanità, trovando nelle differenze delle autentiche risorse costruttive e collettive.

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