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Costume e SocietàLetteratura

Gli italioti

La Repubblica dei Locresi di Epizephiri XXII - Quando i locresi greci raggiunsero le coste della nostra Penisola, naturalmente vi trovarono degli abitanti autoctoni, comunemente conosciuti come italioti. Cerchiamo di capire chi fossero e quanto le loro abitudini abbiano influito sulla storia dell’insediamento e, successivamente, dell’intera Penisola.

Di Giuseppe Pellegrino

Gli italioti erano gli autoctoni, i nativi del luogo dediti all’allevamento del bestiame. Era tipico dei Greci chiamare i luoghi a seconda della produttività agricola. Bova (Χωρα του Βυα, Chòra tu Vùa) in grecanico, in buona sostanza, significa Vaccarizio. Beozia (Βοιωτία o Buω), regione storica della Grecia centrale, allo stesso modo non ha un significato diverso se non quello collegato all’allevamento del bestiame e alla ricchezza di pascoli per le mandrie. Poco importa che gli ateniesi li disprezzassero perché gli abitanti erano solo vaccari, tanto che con il termine beota, a tutt’oggi, si sta ad indicare un imbecille.
Quando i Greci sbarcarono in Italia videro una terra ricca di vitelli e la chiamarono Ϝɩταλια, con all’origine una sorta di F che si chiamava digamma (dal greco antico δίγαμμον o δίγαμμα o uau/vau, maiuscolo Ϝ, minuscolo ϝ) una lettera dell’alfabeto che si pronunciava come fosse una v, che scomparve presto dall’alfabeto greco sostituita dallo spirito aspro, per cui la parola divenne ‘Ιταλια (Italia), con tono aspirato, che significava terra di vitelli. Vi sono altre ipotesi, come quella legata alla esistenza di un mitico Re Italo, da qualcuno identificato con Zaleuco. A tal proposito è bene citare letteralmente Aristotele che, indagando sull’origine dei pasti comuni a Creta, viene a conoscenza della leggenda di Re Italo e così chiosa:

Sembra che antichi siano gli ordinamenti riguardanti le mense comuni che a Creta sorsero sotto il regno di Minosse, mentre in Italia nacquero molto prima. I cronisti (oì lògioi, che significa anche storici, ndr.) dicono che uno degli abitanti dell’Enotria, un certo Italo, ne divenne re, che da lui gli abitanti del paese cambiarono il loro nome da Enotrii in quello di Itali, e che la penisola dell’Europa che è compresa tra il golfo di Schillettino (Squillace, ndr.) e quello Lametico (Sant’Eufemia, ndr.), tra i quali c’è mezza giornata di cammino, ha preso il nome di Italia. La tradizione poi afferma che questo Italo trasformò gli Enotri, che erano nomadi, in contadini, diede loro delle leggi e istituì mense comuni (i sissizi, ndr.), che perciò ancora oggi alcuni dei suoi discendenti praticano, così come osservano alcune delle leggi promulgate da lui.

Il riferimento a Zaleuco e alle sue leggi è forte, seppure il filosofo greco non riesce ad accostare le sue leggi a quelle del re Italo. Ma più importante è il rifermento a Creta, posta l’origine micenea delle leggi locresi.
Sull’origine micenea, oltre che semitica, delle leggi locresi non si hanno dubbi. Più difficile trovare le prove dirette che aiutino a capire. Di sicuro i primi insediamenti greci in Italia meridionale e in Sicilia risalgono ancora al periodo Miceneo (XVI secolo a.C.). I Micenei infatti, si interessarono presto a tali zone, ricche tanto di legno (e a Locri abbondava l’abete bianco e l’abete rosso, alberi insostituibili per la costruzione delle navi) e di depositi minerari quanto di potenziale manodopera schiavile, da rivendere poi sui mercati della madrepatria o del Vicino Oriente. Non può stupire quindi il fatto che i Micenei fondassero, nelle zone meridionali e insulari d’Italia, degli empori commerciali, e forse a volte anche delle vere e proprie colonie di popolamento. I contatti che ne derivarono, ovviamente, furono per le popolazioni locali fonte di nuove conoscenze e stimoli culturali.
In ogni caso, si è nella Locride. Gli autoctoni non dovevano essere gente ostile a nessuno, se, nella storia di Locri, non vi è riferimento alcuno a contrasti con gli italioti.

Redazione

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