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Costume e SocietàLetteratura

L’inganno

La Repubblica dei Locresi di Epizephiri XXIV - Oggi scopriamo finalmente quale fu l’inganno con il quale i greci eliminarono i siculi, dai quali pure presero spunto per la conformazione della costituenda Locri Epizephiri, che avrebbe così assunto quelle caratteristiche così peculiari che ancora oggi è possibile scorgere.

Di Giuseppe Pellegrino

I locresi mandarono ambasciatori presso i siculi e giurarono di rispettare, sostanzialmente, il seguente trattato: “Tra i locresi e siculi ci sarà una pace duratura finché le teste saranno sulle nostre spalle e la terra sotto i nostri piedi”. Facile pensare a una pace eterna. Così i siculi festeggiarono lo scampato pericolo con una festa grande, durante la quale non mancò il vino.
Gli ambasciatori si allontanarono e, non a molta distanza, svelarono il loro inganno. Nel cappuccio della credemma vi erano delle teste di aglio.
Le teste erano sulle spalle e non sul collo. Si cacciarono i calzari, e pulirono dalla terra, che era stata messa tra la suola interna e i piedi. Non c’erano più le teste sulle spalle né la terra sotto i piedi. Il trattato era scaduto.
La notte stessa, locresi, siracusani e spartani aggredirono degli inermi siculi ubriachi, che festeggiavano il trattato di pace. La strage fu grande, anche se non totale. Della civiltà dei siculi, i locresi avevano preso non poche cose: i metodi di coltivazione, il culto di Persefone, i metodi di fondere il bronzo e soprattutto il ferro, che rassomigliava, una volta lavorato, all’acciaio.
Da allora, presso i Locresi, ma anche presso i Romani e in tutto il Mondo Greco, il termine Λοκρείς Συνθήκαι (Lokrèis Sunthèkai – Patti locresi), divenne un modo di dire generale. Quando si proponeva un contratto leonino, il soggetto che si accorgeva esclamava: «Ma questo è un patto locrese!» Analogamente, quando si proponeva un trattato ambiguo, si chiariva che la proposta era alla maniera dei locresi. Non il Cavallo di Troia era sinonimo di furbizia, ma i Λοκρείς Συνθήκαι.
Sconfitti i siculi, si passò alla costruzione della città e nelle more venne assegnata la terra ai kyloi (mille e forse più di mille), ai mille cittadini adulti che componevano la nuova città. Il motivo era semplice: occorreva che i cittadini contribuissero alla costruzione con le tasse, seppur all’epoca non esistesse la moneta a Locri.
Nella storia locrese, quello di indossare la pelle di volpe non essendo sufficiente quella di leone, ha avuto più di un episodio. Importante, è quello che portò alla sconfitta umiliante e disastrosa dei crotoniati nella battaglia della Sagra. Era consuetudine presso i Greci combattere solo di giorno. In concreto, la mattina verso l’ora quarta (le dieci) veniva consumato un abbondante pasto, con anche non poco vino. Poi, verso l’ora nona (le 15), gli eserciti si affrontavano con la tecnica dell’hotismos. Quando imbruniva, poi, si smetteva di combattere. Non solo presso i Greci, se Giosuè, nella battaglia della valle di Ayalon, quando le fortune volgevano in favore degli ebrei ma stava per arrivare la penombra, ebbe la necessità di gridare «Fermati, o sole!» si che la battaglia poté concludersi.
Del fatto è bene precisare che vi sono ben due fonti autorevoli, Polibio e Polieno, che convergono sull’episodio in modo simmetrico.
Dalla occupazione da parte dei Locresi di contrada Jànchina di Portigliola è nata una città, che forse fin dalle origini ha avuto la composizione urbanistica che oggi è stata trovata, e che ha destato l’ammirazione di Platone, poiché del sito originario non si hanno tracce visibili:

La pianta di Locri si avvicina alla forma di un quadrilatero allungato, di cui il lato corto Sud-Est, di 850 metri, è parallelo alla linea del mare e ne dista circa 300; in lunghezza, poi, si estende tra la fiumara di Portigliola a Sud-Ovest e i valloni Polisa e Lucifero, a Nord Est, per 2.500 metri su un terreno che comincia pianeggiante e poi sale sino a 150 metri di altitudine, ove il lato Nord-Ovest tocca i colli di Castellace, Abbadessa e Mannella. La linea della mura si può seguire facilmente nel suo percorso generale: inoltre sono stati messi allo scoperto alcuni tratti, insieme con torri quadrate (Marzano, Castellace, Abbadessa) e rotonde (Parapezza, Mannella), più difficile riconoscere le porte; di esse sono sicure una presso la torre Parapezza e l’altra sul lato del mare, mentre se ne postulano due alle estremità del Dromo e se ne suppone una presso la torre Marzano. Le mura nel complesso sembrano di epoca relativamente recente, probabilmente non anteriore al IV sec., se non al III, epoca quest’ultima per la quale abbiamo documenti di lavori di purgotùa nelle ancora inedite tabelle iscritte, recentemente scoperte. Solo qualche tratto appare più antico (Centocamere, Parapezza) ed è inglobato o sostituito dalla successiva cinta muraria.
[…] Inoltre, un interessante agglomerato urbano è stato scoperto in località Centocamere. I grossi isolati sono divisi tra loro da strade di terreno battuto, con resti notevoli di canalizzazione idrica e di sistemi di scarico; ogni isolato conta un certo numero di abitazioni, con intercapedini tra l’una e l’altra, in strutture povere fatte di ciotoli e laterizi, probabilmente destinate a un ceto modesto, forse di artigiani.

Se si fa mente locale alla Democrazia di Tipo IV ipotizzata da Aristotele, qui ve ne sono tracce concrete. A dispetto del filosofo che inneggiava alla Democrazia Oligarchica e di Platone a quella Aristocratica spartana, qui c’è un grande indizio di Democrazia popolare.

Foto: worldhistory.org

Redazione

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