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Storia di draghi e delfini: le origini dell’antica Kaulon

Di Silvia Turello

Le nostre coste, moltissimo tempo fa, avevano un aspetto molto diverso da quello che siamo abituati a vedere. Oltre le lunghe spiagge e il mare cristallino, soggetto di moltissime foto estive in grado di illuminare anche una giornata grigia, sono state tramandate storie di colonizzazioni, oracoli e viaggi di chi ha lasciato importanti testimonianze sulle nostre terre, sopravvissuti al tempo e alle incursioni e riaffiorate dalle tenebre grazie agli scavi archeologici, investite dalla luce del sole. Storie, intessute di miti e leggende, di cui si è scritto e parlato, ma di cui ancora si deve studiare molto. Ed è molto importante che queste tracce continuino ad essere fruibili per le generazioni future. Perché dal passato c’è sempre da imparare.
Oggi vorremmo iniziare a parlare della meravigliosa storia, anch’essa intrisa di mito, di un drago molto importante, scoperto dall’archeologo Francesco Cuteri sulle coste di Monasterace. Un drago pervenuto fino a noi da un tempo lontanissimo per raccontarci una storia, nato da un luogo che, per scelte e strategie, non è per nulla legato al caso.
Ecco la storia del mosaico dell’antica Kaulon.

La scoperta dell’antica Kaulon

Capo Cocinto, oggi Punta Stilo, era il promontorio indicato da Plinio come il più lungo d’Italia, che andava in mare per oltre centocinquanta metri, tanto è vero che in direzione del Museo archeologico di Monasterace, a dieci metri dalla riva, si trovano i cannoni del ‘600, mentre a ottanta metri, con un fondale di quattro metri di profondità, si troveranno trecento blocchi e rocchi di colonna, a ricordare che in quel punto sorgeva un tempio ionico.
Quindi la città continuava in mare oltre 150 metri, poi Punta Stilo è collassata e il mare è avanzato per un fenomeno di aggressione delle acque.
Paolo Orsi, famoso archeologo, comprese che nell’attuale sito archeologico è sepolto un tempio. Comincia a raccogliere informazioni, parla con i contadini e i cittadini, ed essi gli comunicano che effettivamente, lavorando la terra, era venuto fuori qualcosa. Pensò: “Se fossi stato un greco vissuto al tempo dei greci dove avrei costruito la dimora per le mie divinità? Senza dubbio, dietro gli eucalipti”. Con una serie di scavi puntuali e precisi, fuori le colline trovò un altro tempio, più sopra le colline della passoliera, così chiamata perché si produceva uva passa e, quindi, il vino passito. Trova quindi quattro templi e, secondo lui, all’appello delle città greche ne manca una, che è Kaulon, la più piccola fra le città. Non si sapeva ancora dove fosse.
Così, con una squadra di 30 operai, cominciò a scavare, e scoprì un meraviglioso Tempio greco dedicato a Zeus, risalente al V secolo a.C.

Breve storia della più piccola tra le città

Dalla collinetta a nord, alla fine dell’800 a.C., iniziano a sbarcare sulle coste calabre i viaggiatori greci per fondare nuove città. La prima a essere fondata è Rhegion, nominata dall’oracolo di Delfi, definito l’ombelico del mondo e punto in cui le aquile liberate da Zeus si fermavano. Senza essa, si pensava, non poteva esistere la Grecia.
Delfi, infatti, era il luogo in cui, secondo la leggenda, una ninfa aveva mandato il dio Apollo per fondare il proprio santuario, he inizialmente doveva essere eretto a Tebe. Lì Apollo, per prendere possesso del luogo, avrebbe ucciso un drago femmina, Delfina, vicino alla fonte di Cassalìa. Preso possesso del luogo, si sarebbe trasformato egli stesso in Delfino per intercettare in mare le navi degli Achei. Per questa ragione i viaggiatori si recavano a Delfi per chiedere dove fondare le città, poiché Apollo, attraverso i suoi oracoli e i suoi sacerdoti, sapeva dove inviarli a esplorare e scoprire, caratteristica che rende Delfi una sorta di centro di elaborazione dati del Mediterraneo.
I primi tra gli achei a sbarcare sulla costa jonica sarebbero stati i sibariti, sbarcati tra il fiume Crati e il Sibari. Essi erano convinti che chi si bagnava nel Crati potesse diventare biondo, chi invece si bagnava nel Sibari, diventasse moro. La fondazione della città, comunque, sarebbe stata il frutto di in una mescolanza di etnie preesistenti nel luogo.
I Crotoniati invece, partono dalla Caia, la parte più a sud della Grecia, che si trova sotto Atene. Anche loro, come tutti, chiesero il permesso ad Apollo. Lo chiese Mischellos, discendente di Eracle, che aveva un particolare fisico ben descritto: è gobbo. Mentre stava navigando, passò davanti a Sibari e provò invidia perché avrebbe voluto colonizzarla. Kroton sarebbe stata importante per la bellezza delle donne e per la bravura di atleti e guerrieri. Allora avrebbe fatto marcia indietro e sarebbe tornato a Delfi, per chiede ad Apollo di poter fondare Kroton. Apollo, di contro, avrebbe risposto. «Mischellos dalla curva schiena, se non vuoi che la tua schiena diventi più curva e le tue giornate più cupe del previsto, vai dove ti è stato detto». Non c’erano alternative. Apollo non trattava né discuteva, semplicemente ordinava.
Tifone fondò invece Kaulon. La fondò perché a sud c’è Lokroi, e i crotoniati devono sbarrare loro la strada. Ma c’è un motivo ancora più importante: a dieci chilometri ci sono Stilo, Pazzano e Bivongi, e quindi il più grande giacimento di ferro dell’Italia Meridionale, di fondamentale importanza anche durante il Regno delle due Sicilie. Si comprese che esisteva in questo territorio una ricchezza sconfinata perché il ferro, per essere commerciati in Grecia, si importava dagli etruschi. Tanto è vero che, insieme a Sibari, Kaulon sarà la prima città a battere autonomamente moneta in argento. Una moneta unica, che raffigura Apollo. Mentre i crotoniati avevano scelto il tripode Delfo di Apollo, i caulonesi scelsero la sua figura, per mandare un messaggio diretto: Apollo è raffigurato con un braccio disteso e un ramo di alloro in mano che sta per frustare un piccolo mostriciattolo che gli cammina sul braccio, il demone locale. Il padrone di casa, prima che arrivasse lui. Apollo lo scaccia, perché ora comanda lui. La moneta è esposta al museo di Monasterace.
Una mattina del 389 a.C., i caulonesi, guardando verso sud, videro un nuvolone in avvicinamento. Dapprima pensarono a un temporale, ma poi si accorsero che non era così. Stavano per essere attaccati: si trattava l’esercito di Dioniso I, tiranno di Siracusa, che voleva conquistare il territorio che, da Crotone, si trovava a nord. Siracusa, ai tempi, era una grande potenza, che aveva sconfitto gli Ateniesi. La moneta di Siracusa valeva infatti in tutto il mediterraneo e si scambiava facilmente. Dioniso I avrebbe conquistato tutto e avrebbe sposato una bellissima aristocratica locrese, promettendogli in regalo tante terre.
Di Kaulon, dopo il suo passaggio, non sarebbe rimasto nulla, anche se gli archeologi non avrebbero mai trovato segni di incursione o di saccheggio, né segni di bruciato.
Kaulon sarebbe stata comunque totalmente ricostruita. Dionisio I era un tiranno, che decise di deportare tutti i prigionieri e, per evitare che qualcuno ci potesse ribellarsi, metà li avrebbe deportati a Locri e metà a Siracusa. Il figlio di Dionisio I, Dionisio II, che non era un tiranno come il padre, ma amante della musica, della letteratura e dell’arte, avrebbe invitato con l’inganno una persona importante nella propria reggia al fine di chiedergli consiglio. Una volta qui, l’uomo si sarebbe ritrovato prigioniero. Si trattava di Platone, sequestrato per amore della filosofia e della letteratura. In quell’anno di prigionia, il filosofo lo avrebbe fatto rendere conto che, con il suo atteggiamento, non così dissimile da quello del padre, stava trasformando un’area florida in un vero e proprio deserto. Al ché Dionisio II avrebbe deciso di inviare la sua flotta di 60 navi nel porto di Kaulon per avviarne la ricostruzione.

Redazione

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