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Antonio Tallura: “Celebro il ritorno alla vita leggendovi Dante in calabrese”

Antonio Tallura torna a recitare al Festival del Teatro Classico Tra Mito e Storia, presso il Teatro Greco-Romano di Portigliola,dove vi aspetta domani, giovedì 12 agosto, alle ore 21:30 con U mpernu, opera diretta da Giuseppe Foderaro che ci ripropone alcuni passi dell’Inferno dantesco in dialetto calabrese. Reduce dal successo della prima tenutasi la scorsa settimana al castello feudale di Ardore, di cui Tallura ringrazia il sindaco Giuseppe Campisi per l’impegno che investe nel valorizzare al meglio “quel luogo evocativo e bellissimo”, l’attore di Locri, oltre a essere impegnato presso la kermesse ideata dal primo cittadino di Portigliola Rocco Luglio, sarà presente anche alla Villa Romana di Casignana, che l’Amministrazione Comunale sta utilizzando quale luogo per un ciclo di appuntamenti culturali di cui la rappresentazione che avrà per protagonista Antonio sarà l’unico appuntamento teatrale. Per capire meglio in che cosa consiste la pièce, per mettere in scena la quale si avvarranno dell’aiuto tecnico di Daniele D’Angelo, abbiamo intervistato Tallura e Foderaro.
Come nasce la messa in scena di U mpernu?
Questa rappresentazione ha a che fare con il lockdown. Non lavorare ti porta a pensare al passato, al presente e anche a quale possa essere il futuro. Tanti pensieri riguardavano la mia professione e se avesse senso continuare impegnarsi nel settore all’esito di un periodo che avrebbe cambiato tutto. In questo anno e mezzo, infatti, è stato come se il mondo dello spettacolo non fosse mai esistito. Noi attori eravamo diventati nessuno e, anche per questa ragione, confrontandomi con Giuseppe, che cura la regia dell’opera, mi sono reso conto di voler lavorare sulla conoscenza, del mondo, ma anche di me stesso. E quindi, facendo un lavoro di ricerca sulle nostre radici e pensando a cosa potessi proporre quest’estate al Festival del Teatro Classico Tra Mito e Storia, mi è venuto in mente un testo che in gioventù avevo visto appeso sulla prete del negozio di un mio caro amico, che io erroneamente pensavo fosse una traduzione in calabrese della Divina Commedia. Scoprii in seguito che si trattava invece della Livella di Totò, ma mi era rimasto il tarlo di scoprire se una traduzione nel nostro dialetto della Commedia dantesca esistesse davvero, pertanto mi sono imbarcato nella sua ricerca.
Una ricerca che ha dato frutti sorprendenti…
Sì. Assieme a Foderaro, infatti, abbiamo scoperto che l’agronomo, giornalista e poeta di Acri Salvatore Scervino, alla fine dell’800 ha speso 4 anni della propria vita per tradurre le tre cantiche della Divina Commedia e ci siamo immediatamente messi alla ricerca di quest’opera che poi abbiamo fortunosamente trovato alla Biblioteca Nazionale di Roma. Ma non solo: Giuseppe, infatti, ha scoperto anche che questa traduzione non era unica nel suo genere, ma che anzi la Calabria, tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, aveva prodotto il numero più importante di traduzioni dialettali della Divina Commedia di tutta l’Italia.
Perché tanta attenzione al testo dantesco da parte dei calabresi?
Nel caso di Scervino la volontà di tradurre Commedia fu un’imposizione della storia. Durante il Risorgimento, infatti, Dante era stato indicato come padre della lingua italiana e, per estensione, di una patria unita, evenienza che aveva fatto temere a molti intellettuali che i dialetti potessero andare perduti. Ma, oltre alla volontà di salvare il calabrese, Scervino spiega di aver voluto anche rendere più comprensibile l’opera dantesca a coloro che, non avendo avuto la possibilità di studiare, non avrebbero potuto comprendere il volgare qualora l’opera gli fosse stata letta.
Fin qui le caratteristiche dell’opera di Scervino. Ma che ci dici del tuo mpernu?
Ripercorrerò alcuni passi significativi dell’Inferno dantesco che hanno per protagonisti dei personaggi che sono ancora oggi carichi di importanti significati: oltre a Virgilio, che fa da cicerone al nostro viaggio, Beatrice, che rappresenta la purezza dell’amore, Paolo e Francesca, che simboleggiano la passionalità, Ulisse che impersona la conoscenza e il Conte Ugolino, simbolo di assoluta violenza e disperazione. Per compiere questo viaggio abbiamo attinto al testo di Scervino e ne abbiamo tratto un testo teatrale comprensibile a tutti.
E che ha già incontrato il favore del pubblico…
Sì. Lo abbiamo proposto in prima nazionale al castello di Ardore, dove abbiamo ricevuto una splendida accoglienza, anticipata da un tale silenzio che poteva preannunciare solo scarso apprezzamento oppure un gran successo, come poi fortunatamente è stato. Adesso siamo in una fase di frenetica attesa e grande paura per la messa in scena di Portigliola, perché l’incoscienza di esibirsi “senza rete” è stata sostituita dalla consapevolezza di portare in scena un’opera che sta destando l’attenzione e la curiosità di tutti.
Ad accompagnare Antonio nella sua recitazione, una messa in scena evocativa che propone un percorso audiovisivo particolare. Giuseppe Foderaro, quali sono le caratteristiche di questo impianto scenico?
Non volendo realizzare una scenografia tradizionale, ho pensato di realizzare il fondale con una grande tenda di tripolina, un cotone sottilissimo che dà trasparenza, profondità e forza evocativa e che si muove anche solo con il più flebile alito di vento. Ne risulta una sorta di schermo sfrangiato sul quale proietteremo immagini di repertorio e stampe di Gustav Doré, illustratore per antonomasia delle edizioni ottocentesche della Divina Commedia. Rappresentando in luoghi all’aperto, soggetti alle intemperie e alla brezza, il movimento di questa tripolina finisce con il simboleggiare la memoria che si accavalla e si sfrangia mostrando delle immagini ora nitide ora più sfocate. La possibilità di attraversare questo schermo, dunque, rende questa scena una vera e propria porta della memoria, una rappresentazione del tumultuoso animo umano che, complice un gioco di luci che richiama un’atmosfera di sogno o ricordo, cambia colori e umori.«È il gioco della memoria di questo Dante calabrese che, nel mezzo del cammino della sua vita, affronta il proprio inferno personale e intraprende un viaggio alla ricerca della luce per ritornare alla vita» chiosa Antonio Tallura.
Antonio, tu comunque Dante lo avevi nelle vene, perché già l’anno scorso ci avevi proposto una rappresentazione che rievocava il sommo poeta.
Esatto, ma l’anno scorso si trattava di un’opera che lo citava solo nel titolo, mentre quest’anno ci siamo buttati a capofitto in questa impresa, tanto più che, ricorrendo l’anniversario della morte, tutti lo stanno recuperando. Solo che io, benché sarebbe forse stato più semplice, non volevo fare una mera riproposizione del testo originale, ma proseguire con il percorso che avevo già iniziato con Nu cuntu e il Campanella, avanzando una proposta culturale che avesse a che fare con il territorio e con le radici in cui il nostro teatro rivive. Mi interessava proporre qualcosa di non visto e, naturalmente, ero ansioso di riprovare la gioia di quel gioco virtuosistico (e forse anche narcisistico) dell’attore che si rimette alla prova in un periodo di ripartenza.
A tale proposito, come ritieni sia cambiato il modo di fruire il teatro in questo anno e mezzo di pandemia? C’è un pre e un post Covid-19 o stiamo invece tendando, anche forzosamente, di riconquistare la normalità di prima?
C’è un’ansia di tornare alla normalità talmente forte che potrebbe giocarci qualche brutto scherzo, soprattutto a noi che facciamo questo lavoro e a chi viene ad assistere ai nostri spettacoli. Già oggi c’è infatti una tendenza al contagio che ha imposto a tante rappresentazioni di fermarsi. Il pubblico è smanioso di tornare alla quotidianità ed è giusto che si esorcizzi in questo modo quanto accaduto. Tuttavia vedo anche un po’ di superficialità nei comportamenti. C’è consapevolezza, ma anche una tendenza ad alleggerire e dimenticare che mi fa un po’ paura. Speriamo si possa continuare a navigare piano verso riva, tanto più che il teatro vive di pubblico e senza di esso non può andare avanti, anche se così i rischi aumentano esponenzialmente, dato che ci vuole un singolo contagio per rovinare il lavoro di intere compagnie.

La locandina dello spettacolo

Jacopo Giuca

Nato a Novara in una buia e tempestosa notte del giugno del 1989, ha trascorso la sua infanzia in Piemonte sentendo di dover fare ritorno al meridione dei suoi avi. Laureatosi in filosofia e comunicazione, ha trovato l’occasione di lasciarsi il nord alle spalle quando ha conosciuto la sua compagna, di Locri, alla volta del quale sono partiti in una altra notte buia e tempestosa, questa volta di novembre, nel 2014. Qui ha declinato la sua preparazione nella carriera giornalistica ed è sempre qui che sogna di trascorrere la vecchiaia scrivendo libri al cospetto del mare.

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