Costume e Società

Meno male che il vaccino c’è!

Di Maria Cristina Caracciolo

Leggo, in quest’ultimo scorcio d’estate, delle discussioni (talmente ampie da giungere a mettere in pericolo il Governo) sul Green Pass e, conseguentemente, sul vaccino anti Covid-19 obbligatorio sì/obbligatorio no, e stento a credere che una parte della popolazione mondiale sia contro quello che, a mio parere, è realmente l’unico antidoto nei confronti di un virus che sì, è poco più di un raffreddore, ma che, come tutti i raffreddori, può essere mortale.
Parlo non per partito preso o per moda, ma perché quanto sostengo ho avuto modo di sperimentarlo e constatarlo in prima persona sulla mia pelle e su quella dei miei famigliari e, dalle pagine di questo giornale, vorrei condividerlo con tutti voi, semplicemente come esperienza cui attingere, magari farne tesoro o magari no (si è liberi di scegliere cosa è bene e cosa è male per se stessi) perché non si può, per partito preso, negare una verità togliendo, in un senso o nell’altro, a ogni singolo individuo la libertà di scegliere.
Premetto che, come in tutte le famiglie, anche nella mia si è molto discusso prima della pandemia, poi della chiusura, poi delle mascherine e dei tamponi, poi dei vaccini e della loro validità o meno e, ovviamente, le posizioni e i convincimenti non sono stati tutti unanimi, convergendo solo su una posizione: si è tentato di utilizzare un virus per condizionare l’essenza stessa della nostra anima e parte caratterizzante il nostro essere uomini e donne.
Nella mia famiglia siamo in quattro, il più grande ha 56 anni, il più piccolo 23, noi genitori e la figlia maggiore svolgiamo professioni per cui siamo molto a contatto col pubblico, il più piccolo è ancora studente universitario, ma ha una vita sociale molto attiva tra studio, amici, allenamenti, ragazza, gruppi giovanili parrocchiali… per cui tutti e quattro, chi per lavoro, chi per studio, chi volontariamente e chi brontolando, appena è giunto il nostro turno ci siamo vaccinati: tutti doppia dose, due con AstraZeneca e due con Pfizer.
L’aver ricevuto il vaccino non ha cambiato di molto le abitudini Covid-19 imposteci, abbiamo comunque continuato a usare la mascherina nei luoghi chiusi o dove era richiesto, igienizzante per le mani o salviettine umidificate sempre a portata di mano, soprattutto niente baci, abbracci e strette di mano (a furia di darci pugni e gomiti siamo diventati dei pinguini), anche se ciò, sinceramente, un po’ è stato ed è ancora molto sofferto da parte nostra perché, anche a livello inconscio, lo abbiamo reputato e vissuto come innaturale, come qualcosa che non ci appartiene, che non è nostro.
Ebbene, subito dopo un Ferragosto trascorso da soli, in famiglia, con l’unica eccezione della partecipazione di tutti noi alla messa celebrata in piazza, all’aperto a mburmuta d’ura, in onore della Madonna di Pugliano, patrona del paese in cui viviamo, una sera, mio marito inizia a manifestare una tosse fastidiosissima, non riesce a dormire, fatica un po’ a respirare, imputa questo stato di cose al caldo eccezionale di quelle sere e noi con lui.
Tuttavia, dopo due giorni di questa situazione in cui ci rendevamo conto che qualcosa non andava nel verso giusto, decidiamo di fare un tampone rapido antigenico in farmacia — giusto per essere tranquilli, poiché tutti i paesi del circondario (Africo, Sant’Agata, Caraffa del Bianco) erano stati dichiarati zona rossa – e, ironia della sorte, lui che accusava i sintomi e aveva qualche disagio, risultava negativo, così come nostro figlio minore, mentre io e la nostra figlia maggiore, senza alcun sintomo, risultavamo positive.
È stata una tegola in testa (“catti u mundu e ‘ndi ‘mpittau”) per noi tutti: mentre davamo comunicazione ai nostri medici di base, anche il farmacista dava la comunicazione all’Unità Speciale di Continuità Assistenziale dell’Azienda Sanitaria Provinciale perché iniziasse la procedura per effettuare il tampone molecolare a tutta la famiglia, quindi facevamo rientro a casa e ci separavamo: gli infetti in taverna, i negativi nell’appartamento.
Inutile dire come abbiamo trascorso i due giorni necessari ad avere il risultato del tampone molecolare: pianti, discussioni interminabili in videochiamate surreali tra di noi volte a capire dove, chi, come, quando e perché eravamo entrati in contatto col virus… incredulità e, soprattutto una domanda costante: ma noi non siamo vaccinati? Ma allora il vaccino a che ci è servito se la malattia l’abbiamo contratta comunque?
Rapidi, noi, a contattare parenti e amici, conoscenti, clienti, dicendo loro di non avvicinarsi all’abitazione, perché non sapevamo se l’esito del tampone antigenico effettuato presso la farmacia sarebbe stato confermato dal tampone molecolare o se invece sarebbe stato migliore (speranza vana) o peggiore (eventualità verificatasi appieno).
Rapidi, in questa prima fase, sia i servizi sanitari sia la Prefettura e i Carabinieri nel contattarci telefonicamente, per e-mail, nel farci le interviste per sapere con chi siamo stati in contatto e ciò a partire dai due, tre giorni antecedenti il tampone antigenico; efficiente e bravo il dottore di mio marito che, subito, avuto l’esito del molecolare (che stravolgeva in toto il verdetto dell’antigenico decretando che eravamo tutti positivi al virus) gli ha prescritto la terapia da seguire, monitorandolo costantemente, adattandola man mano che passavano i giorni e la malattia regrediva, andandosene via con i suoi sintomi più brutti e fastidiosi dopo una settimana di cure.
Per gli altri tre di noi non c’è stato, mai, in nessun momento della malattia, alcun sintomo, alcun bisogno di cure (come dettoci dai nostri medici di base), abbiamo fatto uso di qualche integratore per il caldo di quei giorni e la disidratazione e di qualche tachipirina presa più per sfizio che per necessità (“si beni non faci, mancu mali, però”).
Come ho compreso le lezioni dei professori d’italiano su Boccaccio e il suo Decamerone e Manzoni e la sua peste, come ho capito l’animo di chi sta ai domiciliari e di chi non ha amici o parenti o conoscenti che si interessino a lui! A livello umano è stata un’esperienza che mi (ci) ha insegnato molto, a livello psicologico credo ci abbia segnato per sempre. Non può l’uomo essere isolato e costretto ad accettarlo, non è eticamente e biologicamente concepibile, la nostra fortuna è stata che ci siamo ammalati tutti insieme e, poco alla volta, gradatamente, ne siamo usciti fuori tutti insieme: abbiamo realmente capito cosa vuol dire sostenere l’altro.
Il primo a negativizzarsi, già al secondo tampone effettuato dopo sette giorni dal primo, è stato mio figlio minore, gioia da una parte perché almeno uno della famiglia poteva rientrare nel mondo, delusione dall’altra perché alla positività ancora confermata per due dei restanti tre si aggiungeva all’ulteriore delusione di non avere avuto, io, alcun esito al secondo tampone, essendosi smarrita (rotta?) la provetta con il mio prelievo e scegliendo (io) di non ripeterla, dopo tre giorni di chiamate e urla e strilli e pianti da parte mia a un USCA che non rispondeva e che, quando finalmente si è decisa a contattarmi invitandomi “a recarmi a Palizzi per il prelievo”, a fronte della mia ragionata e ragionevole risposta di diniego (“perché preferisco farla assieme ai miei famigliari, nello stesso giorno in cui avrei dovuto ripeterla nel caso fossi risultata positiva”), mi da della scocciatrice e ingrata, quasi fossi io l’inadempiente e sbadata addetta al monitoraggio degli ammalati/infetti.
Il terzo tampone è risultato per me negativo, sono uscita il giorno 5 settembre, ma già sera del 4, prima di effettuare il prelievo, sapevo, come la mia figlia maggiore, che eravamo negative grazie a un test acquistato al supermercato… ah, averlo fatto prima… Ma non vi descrivo la faccia e la delusione di mia figlia quando l’esito del molecolare la dava ancora positiva…
Sono stati attimi di sconforto e scoramento, l’odissea per due di noi continuava. Com’era possibile se eravamo tutti perfettamente sani? Com’era possibile che un tipo di tampone dava un esito e un altro ne dava uno differente? A ciò c’è da aggiungere che, dopo il terzo tampone, qualunque sia l’esito, l’USCA non viene presso l’abitazione a fare il prelievo, ma bisogna andare nei punti di raccolta (per noi Palizzi o Bovalino), chiedendo un permesso al medico o, qualora questi si rifiuti, dandone comunicazione alla locale Stazione dei Carabinieri.
La non rassegnazione nei confronti di un verdetto incomprensibile e contrastante e il lottare per ciò che si reputa giusto hanno indotto mio marito e mia figlia a informarsi, a chiedere e, avutone il permesso, si sono recati, prima ancora che l’USCA li convocasse, per il tampone dei tempi supplementari presso una struttura abilitata dal Ministero a effettuare tamponi molecolari. Prima sorpresa: tantissimi, in fila, d aspettare in macchina lamentando le stesse vicissitudini di tamponi smarriti e dall’esito contrastante che avevamo passato noi… seconda sorpresa: il prelievo (narici e gola) è stato più professionale di quello dell’USCA (solo narici)… terza sorpresa: il risultato è stato consegnato dopo quattro ore, sulla e-mail indicata, completo di tutte le voci e non con un positivo o negativo; non solo, in tempo reale il ministero aveva avuto l’esito (negativo per entrambi) inviando esso stesso il messaggio sul cellulare indicato e invitando a recarsi presso il medico di famiglia affinché inserisse nei terminali il certificato di avvenuta guarigione ai fini del rilascio del Green Pass: i due di noi risultati negativi al tampone dell’USCA non hanno ricevuto lo stesso trattamento, ci è stata solo comunicata la negatività… il resto abbiamo dovuto scoprirlo da soli.
Al termine di questa storia, quando siamo usciti da casa nostra per la prima volta da esseri liberi per fare una passeggiata intorno all’abitazione, abbiamo avuto un senso di timore e immenso smarrimento, non sapevamo e non volevamo più stare in mezzo alla gente; ci siamo fatti violenza e ci siamo imposti di restare fuori, di riprendere la vita quotidiana e le normali relazioni. Non è stato facile ma, come diceva Rita Levi Montalcini:

Lascia che nulla di ciò che ti ferisce rimanga in te, ma fai che scorra e scivoli via come la goccia di pioggia sulla foglia dell’albero.

Redazione

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