Costume e SocietàLetteratura

Il diritto di proposta nella dàmos

Di Giuseppe Pellegrino

Nel diritto comparato si vedrà che a Sparta gli Omoioi avevano solo la facoltà di approvare o meno per acclamazione le proposte fatte. Non avevano neppure potere di modifica, se non in misura quantitativa e non qualitativa. Tale potere spettava solo agli Efori e ai Diarchi; neppure alla Gherusia, che però sembra avesse un potere probouleutico, ossia di preparare i lavori per la Apella. Che si riuniva sul monte Taigeto.
Non diversamente ad Atene, dove l’Ekklesia poteva decidere solo questioni poste dai Prytaneis che le approvava con un decreto preliminare. Invero, presiedeva l’Assemblea l’èpistate dei pritani, designato dall’estrazione a sorte ogni giorno che, dopo una cerimonia religiosa in onore di Zeus, dava inizio alla seduta. Si incominciava con la discussione delle proposte di legge della βουλή (boulé), i probuleumata: ogni cittadino poteva prendere la parola e proporne emendamenti, salendo su una tribuna e mettendosi sul capo una corona di mirto, simbolo d’inviolabilità, ma non aveva diritto di proposta. Questa facoltà era annunciata all’inizio della giornata dall’araldo, con la formula fissa: “Chi vuole parlare?”Il diritto di parola aveva un limite: ogni proposta non poteva essere contraria alle leggi vigenti della polis¸ pena l’accusa di illegalità (grafe paranomon),che poi si traduceva in un processo che poteva sfociare in una sentenza di condanna che poteva andare dalla semplice pena pecuniaria alla morte. Come si vede la tutela delle leggi votate e stabilite, non era solo a Locri.Le deliberazioni prese venivano approvate attraverso la procedura del voto tramite sassolino (psefos),che veniva gettato nell’urna. Vi era però per casi specifici un’altra forma di votazione detta cheirotonia (alzata di mano),che consisteva nel votare per alzata di mano ed era prevista in casi specifici, come nel caso di elezione dei dieci strateghi e delle magistrature finanziarie.Dopo la discussione, i pritani indicevano le votazioni per alzata di mano (epicheirotonìa) e l’èpistates, proclamandone il risultato, poteva togliere la seduta.
Per la validità della decisione era prevista una presenza minima di cittadini, almeno nel periodo di Pericle. La disaffezione alla politica aveva portato a una scarsa affluenza nel dibattito della Ekklesia, sicché per incentivare i cittadini a partecipare vi era un’indennità di sue oboli, posta la necessità di una presenza minima di 6.000 cittadini.
Le deliberazioni erano decretate sempre con la stessa struttura: prima l’elenco delle magistrature istituzionali; poi l’affermazione “È stato deciso dalla boulé e dal popolo”e il nome del proponente. Infine, gli emendamenti, anche questi segnalati con il nome di chi li aveva proposti. Si concludeva il decreto con l’aggiunta dei modi e dei tempi dell’esecuzione della delibera, lo strumento della pubblicazione (l’epigrafe stessa) e il luogo; infine le spese che dovevano essere sostenute.
Per Locri non vi è letteratura specifica. Una certezza c’è, perché di sicuro entrava nei poteri della bolà di porre a votazione della dàmos i probuleumata, per come preparati dai Proboloi.
La seduta della dàmosavveniva nel Teatro che aveva una capienza di circa 4.500 posti, raramente nell’Agorà. Non vi era un numero minimo di partecipanti, se si da retta all’episodio della venuta di Annibale a Locri (205 a.C.), quando viene votata l’apertura delle porte al condottiero, che aveva catturato non pochi locresi. Lo storico con puntualità ci informa che, a causa della venuta del cartaginese, “Ogni giorno di più i cittadini di Locri si riversarono fuori da tutte le porte”(Le Storie, XXIII, I, 4). E continua: “Gli abitanti di Locri cominciarono a trasferire in fretta dai campi grano, legname e tutto quanto necessario alla vita quotidiana”(XXIII, I, 3). Lo stesso, infine, precisa che dentro le mura di Locri era rimasta poca gente. Fu questa poca gente a deliberare l’apertura delle porte della polis al Cartaginese. Ergo, non vi era un numero minimo di partecipanti.
La durata dell’Assemblea era di un giorno. Ossia dall’ora prima (circa le sette) all’ora dodicesima (circa le sei di pomeriggio). La seduta continua senza alcuna interruzione.
Da un episodio storico, narrato da Demostene e da Stobeo, e che in seguito sarà riportato nella forma romanzata, si può ricavare il principio che ciascun cittadino avesse potere di presentare leggi nuove o di far riformare quelle esistenti. Anche se i due lo narrano solo al fine di evidenziare che la legislazione locrese mirava a garantire stabilità politica e istituzionale, mettendo in rilievo che per tutta la durata delle leggi di Zaleuco (circa duecento anni) nessuno si era mai azzardato a modificare le leggi, tanto che si conosceva un solo caso di riforma; invero, i casi sono due, ma il secondo è stato solo un tentativo non riuscito senza finale drammatico: il proponente non venne infatti impiccato; la ragione, forse, nella decadenza delle leggi zaleuchiane. Demostene, negli Anecdota greca, ricorda l’episodio per il quale un vecchio propose alla Dàmos di modificare la norma che prevedeva: Si deve cavare un occhio a chi ne cavò uno ad un altro. Lo fa nell’ambito di una celebrazione di una delle caratteristiche della legislazione locrese che tutelava nel tempo i diritti. Mentre Stobeo lo ricorda ai fini della caratteristica del Bròkos (contrappasso). Qui serve a dimostrare che ciascun cittadino, a Locri, poteva fare una proposta di legge, a condizione che ubbidisse alle modalità previste: presentarsi con un laccio al collo da utilizzare in caso di non approvazione della riforma. Con il che si stava a significare che il cittadino, nel tentare di modificare una legge, mirava a minare la legislazione.
Dell’episodio si darà la versione romanzata per come in Japhet, nell’apposito capitolo sulla norma. Qui il solo richiamo come controprova che a Locri ciascun cittadino poteva fare una proposta di legge.
In conclusione, si può affermare che il diritto di proposta di legge o di un atto amministrativo o di gestione della polis, ma anche di relazione con le altre città, non escluso lo stato di guerra, poteva essere sottoposto ai poteri della dàmos o dalla bolà o da ogni singolo cittadino, seppure con le dovute cautele.
La votazione sul probuleuma avveniva col sistema dei sassolini (nero = voto contrario, bianco = voto favorevole). Difficile ci fosse una votazione per alzata di mano perché, oltre al fatto che si prestava a irregolarità, dal Proemio di Zaleuco si ricava che un principio era quello di evitare astio tra cittadini. Impossibile che un alto magistrato non tenesse conto del voto contrario di un suo concittadino. I sassolini garantivano l’anonimato.
Quanto al sistema di pubblicazione della legge, per come ci dice Felice Costabile, essa veniva consacrata in un foglio di cartapecora, per poi, a nostro parere, essere data in custodia al Kosmopolis (o Kosmopolidi) perché la conservasse, in modo che ci fosse traccia del contenuto del decreto, che poteva essere chiesto in copia, probabilmente su una tavoletta di terracotta, al fine di evitare costi eccessivi.
Quanto alle modalità di trascrizione del decreto, ci sono di aiuto le tabelle di Zeus. Si cominciava col magistrato eponimo e il demo dal quale proveniva; di poi i Proboloi con anche il demo di provenienza, e infine i membri della Bolà,per i quali non aveva nessuna importanza il demo di provenienza, essendo tutti i demi rappresentati.Dunque si passava alla trascrizione del decreto per come formulato dai Proboloi, e forse anche il nome del proponente, con anche i tempi di applicazione della disposizione e, infine, gli eventuali oneri finanziari. Su questi oneri l’Arconte Eponimo emetteva un decreto inoppugnabile che veniva inviato al Tempio di Zeus, che rappresentava l’Erario, e qui riportato su una tabella bronzea, con i nomi sempre dell’Arconte Eponimo, preceduto dal demo, dei Magistrati contabili e dei Proboloi. Sempre, vi è il demo di provenienza.

Foto: repubblica.it

Redazione

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