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Attualità

Occidentalismo


Edil Merici

Di Mario Staglianò

In queste settimane in cui l’Occidente è tornato a essere così specifico anche nel dialogo e nello scontro politico è difficile non citare l’ex presidente della Federazione Russa e neo falco del Cremlino Dmitrij Medvedev che, recentemente, ha sparato ad alzo zero sull’ovest. Una citazione per tutte «li odio», riferendosi agli occidentali, «sono bastardi degenerati». Questo è un termine che pesa in maniera forte e che, forse, lega anche una certa concezione dell’Occidente sicuramente dell’universo russo. In questa affermazione si condensano molti aspetti e molti elementi che vengono da molto lontano nella storia della cultura russa che, naturalmente, è una storia nobilissima con punte di straordinaria grandezza e profondità ma che è una storia nella quale un elemento di risentimento è molto presente. Medvedev raccoglie questa eco, lontana e profonda, di risentimento e la orienta in un modo determinato dalla politica sciagurata che sta praticando la Federazione Russa in queste settimane. Quando dice degenerati viene in mente la lettura che noi potremmo, magari, dare alla parola liberi. La nostra libertà che viene ritenuta insopportabile al di fuori di uno spazio occidentale. C’è anche un’interpretazione di un cristianesimo molto ortodosso, molto legato al passato, molto tradizionalista, legato alla terra e alla famiglia e che è un pezzo della cultura popolare russa. Tutto ciò porta ad avere un’immagine deformata di quello che è l’Occidente in cui, sicuramente, la libertà e quelli che noi chiamiamo i diritti individuali, la costruzione del sé in libertà, vengono giudicati corrompimento, decadimento e corruzione degli animi. In questa specie di invettiva c’è molta storia ed essa va collocata in un contesto molto ben definito. Detto questo, naturalmente, l’Occidente è ben altro di ciò che non appare a Medvedev e a una particolare cultura russa e/o filorussa. Esiste, naturalmente, un Occidente geografico, ma c’è anche uno sviluppo che è filosofico, psicologico. Possiamo usare questa parola in molti modi.
Esiste un Occidente che possiamo usare come categoria geopolitica, un sistema di alleanze centrato sugli Stati Uniti e sulla preminenza anglosassone. C’è un Occidente ideale, culturale, nel quale c’è ancora una presenza americana ma vi è anche molta cultura europea dato che l’Occidente è un’invenzione europea e non soltanto anglosassone e in cui c’è un contributo determinante dell’Italia, della Francia e della Germania. Questo Occidente culturale, ideale, non coincide con l’Occidente come categoria geopolitca anche se i due concetti, in qualche modo, si sovrappongono e si tengono a vicenda l’un l’altro. Senza l’Occidente come categoria culturale non vi sarebbe l’Occidente come struttura geopolitica e viceversa. Però, se cerchiamo di fare un’analisi del presente dobbiamo distinguere questi due aspetti.
L’Occidente nel senso culturale e ideale sta fondando in questi decenni quella che possiamo chiamare la prima civiltà planetaria della storia. Una civiltà planetaria è una civiltà che è fondata su alcune precise categorie e, soprattutto, sul capitale e sulla tecnica (le due cose sono strettamente collegate e si connettono insieme) e poi, purtroppo (e in misura minore, per adesso), sulla democrazia e sui diritti. Esso non sta invadendo il mondo ma ha già invaso il mondo e sta già dettando la forma del mondo da Mosca a Shanghai, da Los Angeles a Parigi, da Città del Capo a Helsinki. Questa è una novità senza eguali nella storia del pianeta e che non ha precedenti in tutta la storia dell’umanità. E questo accade anche laddove c’è anche, almeno sul piano retorico e per ragioni politiche, un rigetto di questo modello. C’è una fame di capitalismo in Cina, nel popolo cinese, che è impressionante, così come c’è una fame di capitalismo e di tecnologia in Russia ma meno impressionante perché la Russia, da questo punto di vista, è più arretrata e anche per questo Vladimir Putin si permette le sue avventure. La Cina è più prudente e non perché sia più amichevole verso l’Occidente ,ma perché più integrata e una serie di avventure sa di non potersele permettere, non essendo nel suo interesse.
Questa impronta tecno-capitalistica (e quindi occidentale) sul mondo, però, crea tantissimi problemi che possiamo sintetizzare, da un lato sul terreno dell’eguaglianza, perché questa impronta unitaria, mentre da un lato riduce le diseguaglianze su scala planetaria, dall’altro lato crea, proprio nel cuore dell’Occidente, un nuovo tipo di diseguaglianza. È come se l’Occidente stesse in qualche modo pagando un prezzo per questa sua universalizzazione. C’è un problema di governo di queste nuove diseguaglianze, per esempio nel lavoro, dato che uno dei prezzi della rivoluzione dell’Occidente è la fine di un determinato tipo di lavoro, il lavoro di massa produttivo di merci materiali, quello che un tempo si chiamava il lavoro operaio. Questa fine dell’età del lavoro che ha segnato la storia dell’Occidente sta provocando contraddizioni enormi all’interno delle nostre società. Queste contraddizioni mettono in crisi le forme della nostra democrazia e questo si vede benissimo a cominciare dagli Stati Uniti, ma anche in Europa (di meno in Germania, ma di più in Francia e in Italia). È come se i ciclofattorini, che sono emblematici e diffusi nelle nostre società, rappresentassero tutta la debolezza e l’incompiutezza di un percorso che aveva altre ambizioni. È tutto lavoro non protetto perché, oggi, nelle società capitalistiche, quanto più queste società sono avanzate tanto più, in genere, il lavoro materiale è un lavoro non protetto, un lavoro dequalificato perché il lavoro che conta, per il capitale e per il processo produttivo, è il lavoro ad alta intensità di conoscenza e di tecnologia. Quel lavoro si autoprotegge in modo magnifico ma il lavoro materiale, produttore di merci o di servizi materiali, è strutturalmente lavoro non protetto e, quindi, ha bisogno di un di più di etico, perché attraverso i meccanismi dell’economia non si riesce più a proteggerlo mentre prima con i meccanismi dell’economia, con la lotta di classe o il sindacato, il lavoro operaio era protetto. Dovunque in Occidente viviamo un deficit gravissimo di direzione politica e di politica tout court. Pensiamo al governo su scala planetaria di alcuni fenomeni globali: il governo, dal punto di vista sanitario, di tutta la specie umana o pensiamo alla tutela dell’ambiente. Sanità e ambiente; come si può pensare di venire a capo di questi problemi se non pensiamo a una forma globale della politica, a un governo mondiale? A questi dossier fondamentali potremmo aggiungere il governo del potere della tecnica, la potenza tecnologica che, tra un po’, modificherà la forma stessa dell’umano. Si può pensare di affidarla alle grandi multinazionali? Bisogna pensare a una forma nuova della politica che si ponga il problema di una governance mondiale.
Tanto più i problemi aumentano e l’urgenza si fa stringente tanto più appare evidente e clamoroso questo deficit e questa è la grandissima contraddizione dei nostri tempi. Se si riuscirà a uscirne avremo un avvenire strepitoso, perché le possibilità che ci apre la potenza tecnologica che gli umani stanno imparando a conquistare sono straordinarie, oppure queste prospettive ci si ritorceranno contro e rischiamo la catastrofe e l’apocalisse.

Foto: agenzianova.com


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