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Costume e SocietàLetteratura

Il volo dell’angelo

Наталина - Solo due mesi d’amore


GRF

Di Bruno Siciliano

⚠️ ATTENZIONE!
Scorri in fondo all’articolo per ascoltare questo capitolo del romanzo letto dalla viva voce di Bruno Siciliano!

Nella baraonda che ne seguì, qualcuno mi sussurrò all’orecchio: «Noi non dimentichiamo mai…»
Mi girai di scatto ma non vidi nessuno, la carrozzina era stata rovesciata e mi precipitai verso Lara che piangeva a dirotto, la presi in braccio e la strinsi delicatamente a me cercando di calmarla e di salvarla dalla calca che si era creata. Qualcuno chiamò il personale dell’ambulanza che era parcheggiata sul limitare della piazza.
«Fate passare, sono medico!»
«È stata pugnalata, chiamate la polizia!» disse un altro.
A fatica, con Lara in braccio, mi avvicinai a Natalina, che ormai guardava nel vuoto.
Per un istante, o per un’eternità, tutto si fermò attorno a noi. Vedevo il suo sangue fuoriuscire dal buco che aveva nel cuore e bagnare l’asfalto, rendendomi conto che anche la sua vita scorreva via dai suoi grandi occhi che si andavano spegnendo. Posai le mie labbra sulle sue, lei si perse di respiro per un attimo, poi mi disse in un soffio: «Bruno… ti amerò per sempre. Pensa tu a Lara… te l’affido…»
Poi non disse più nulla e reclinò la testa. Mi scostarono, le misero una maschera d’ossigeno e la caricarono veloci su di una barella per portarla via.
«Lei è un parente?» mi disse un infermiere.
«No – dissi, – non sono nessuno.»
«Allora si scosti, che la portiamo al pronto soccorso!»
Non la vidi più e tutto nella piazza ritornò come prima, compresi i preti oranti e le confraternite devote e le musiche, il clamore e i mille suoni che ripresero a riempire la piazza, tutti incuranti che avevano appena ucciso un angelo.
Tornai a casa di corsa, affidai Lara a Brook e dissi sommariamente quello che era successo, poi ridiscesi, mi misi in macchina e corsi al pronto soccorso.
«Stampa» dissi al medico che non voleva farmi entrare, poi continuai: «Hanno portato una ragazza pugnalata in piazza Duomo.»
«È morta nel tragitto e non so se gliela posso far vedere, c’è ancora il magistrato.»
Mi rivolsi a un poliziotto: «Sono Bruno Greco, del Giornale, e volevo notizie della ragazza pugnalata in piazza Duomo.»
«È in sala mortuaria ma non può entrare nessuno. Tu la conoscevi?»
«No, risposi con le lacrime agli occhi, ma fammela vedere, potrei anche conoscerla, fammela vedere, ti prego.»
«Le stanno prendendo le impronte digitali per il riconoscimento e faranno un comunicato stampa a breve. Abbi pazienza, adesso. Siete proprio degli avvoltoi». Incassai l’offesa che mi scivolò addosso senza far alcun danno, perché la mia priorità era quella di rivedere Natalina.
«Eugenio, proprio te cercavo!» dissi rivolto a un altro poliziotto. «Portami dalla ragazza pugnalata, ti prego!»
«Ma possibile che non hai assolutamente un cazzo da fare? Proprio a me vieni a rompere i cosiddetti?»
«Allora, mi ci porti?»
«Aspetta, vedo che posso fare. Ma niente foto, ti conosco troppo bene! Non mettermi nei guai.»
Scendemmo verso la Morgue, la scientifica era andata già via e Natalina adesso era da sola, distesa su di un tavolo di marmo e coperta da un lenzuolo appena macchiato del suo sangue proprio all’altezza del petto.
Le scostai il lembo del lenzuolo che le copriva la faccia. Era bellissima, come quando dormiva nel nostro letto, ma sapevo che questo volta sarebbe stata l’ultima e non l’avrei mai più rivista. Incollai le mie labbra alle sue e lei scambiò con me l’ultimo bacio. Le ricomposi un ciuffo di capelli che le era scivolato sulla guancia, le diedi un altro velocissimo bacio e rimisi sul suo viso bellissimo il lembo del lenzuolo.
«Andiamo, Bruno, o passiamo i guai tutti e due.»
«Arrivo» risposi all’amico che mi aveva fatto entrare.
«La conoscevi?»
«No… Sì! È una lunga storia, qualche volta te la racconterò.»
Mi rimisi in macchina per tornare a casa e un senso immane di solitudine mi piombò addosso.
Ebbi freddo. Dei brividi mi scuotevano tutto il corpo e singhiozzavo mentre guardavo senza interesse la strada, i palazzi e le ragazze che mi attraversavano la strada con i loro abitini leggeri ormai estivi. Qualcuna mi salutò, ma le lacrime mi impedirono di vedere chiaramente il suo volto e non risposi al suo saluto. Io, che non ho mai creduto nell’amore, mi ero innamorato veramente e profondamente e avevo vissuto in due mesi tutta una vita d’amore intenso, puro e incondizionato. Avevo fatto una grande promessa a Natalina, che forse non avrei neanche potuto mantenere. Lei mi aveva affidato Lara.
A casa nessuno ebbe la forza di chiedermi niente e io non avevo nessuna voglia di parlare. Presi in braccio Lara, che stava dormendo, e lei non pianse, ma spalancò gli occhi e guardò dritto nei miei in uno sguardo lungo e profondo, pieno di significato. Mi sembrava impossibile che una bambolina di pochi giorni potesse guardarmi così. Era lo sguardo di Natalina, che non era mai andata via, che mi aveva affidato Lara come mi avesse affidato la sua stessa vita.
Lara doveva mangiare, ma come fare? Mi misi in macchina e mi diressi verso Ganzirri. Mi imbattei nella farmacia presso la quale due mesi prima avevo comprato l’occorrente per medicare Natalina. C’era la stessa farmacista di quella notte, che mi salutò con il suo solito cordiale grugnito.
«Ho bisogno di latte in polvere per una neonata.»
«Lei è quello delle emergenze. Cos’è, il grosso cane ha pure partorito?»
Non so come avesse fatto, ma l’anziana farmacista, sin dall’inizio, aveva capito tutto e, strizzandomi l’occhio mi diede una confezione di latte in polvere per neonati. «Pannolini ne ha? E bende ombelicali? E in quale biberon glielo mette, il latte?»
«Non so – risposi alquanto destabilizzato. – Mi dia tutto». Così, la scorbutica farmacista Mi diede la solita borsona strapiena di cose indispensabili per la mia Lara e poi mi disse: «Carta come al solito?»
«Si, risposi guardandola dritto in faccia.»
«Tanto abbiamo visto che questo coso funziona.»
Armeggiò un poco col pos con la sua solita calma svogliata e poi mi disse ancora:
«Se ha bisogno di altro io sono qua e… si fidi di me. Tanti auguri per tutto.»
Presi la borsona e mi rimisi in macchina, velocemente, perché la mia Lara aveva fame.
Quella notte non riuscii a dormire e neanche la notte seguente e l’altra ancora. Tutto mi parlava di Natalina e del nostro tempo vissuto assieme.
Quella notte mi alzai con Lara in braccio. Andai alla finestra e una pioggerellina primaverile cadeva lenta sulle foglie degli alberi del viale e sull’asfalto, rendendolo piacevolmente lucido sotto la luce dei lampioni. Guardai con rabbia la Madonnina del porto che mi aveva voluto portare via il mio unico amore, poi pensai alla promessa fatta a Natalina. Una promessa che sapevo di non poter mantenere. Mi vennero in mente le parole di Robert Brault, lette non so dove: “Ogni mattina, guardo l’orizzonte all’alba, e se il sole mantiene la sua promessa, io mantengo la mia”. Ma io come avrei fatto a mantenere la mia promessa? Guardai gli occhioni di Lara ancora una volta e a lungo, poi andai in cucina e le preparai un altro biberon di latte. La strinsi a me e aspirai il suo profumo di buono.

Continua…

Foto myriamartesacrastore.it

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Gedac

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