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Costume e Società

La reale stazza di Totò Delfino


Edil Merici

Di Vincenzo Speziali

La storia che racconterò adesso ha come inizio non con il consueto “C’era una volta” bensì un altra formula, pure allegoricamente ripetuta nei racconti di appendice o di cappa e spada.
Nel caso di specie, ci potrà pure essere la cappa (in luogo però ai mantò) mentre la spada è sostituita dalle esilaranti battute di Totò Delfino, protagonista odierno e da tanti contemporanei (purtroppo, pure tra i suoi colleghi) dimenticato e mai troppo menzionato: che vergogna! Incediamo, quindi, senza oltre indugiare, avventurandoci, nel mondo dei democristiani reggini, quelli della laica liturgia misasiana.
Calano le tenebre, sulla mia Bovalino, dove il buio, immaginariamente si potrebbe tagliare a fette, magari grazie a un coltello tipo serramanico, in uso ai nostri buoni massari aspromontani. Sono le tre del mattino, o giù di lì (insomma poco meno o poco più!) quando si desta dal letto Totò Delfino, insigne preside a Platì (figlio del mitico Massaru Peppi, maresciallo della locale stazione dei Carabinieri, che riuscì ad arrestare il famigerato brigante Musolino) nonché (sempre Totò Delfino), fratello di un leggendario generale di Divisione dell’Arma, ovvero Francesco (detto Ciccio).

Uno strenuo combattente del terrorismo

Quest’ultimo (mi riferisco al generale) fu strenuo combattente del terrorismo (nome in codice Giaguaro Uno) e, successivamente, agente operativo del Servizio Segreto Militare Italiano (l’ex Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Militare), con incarichi ad Ankara, Bruxelles, New York, Santo Domingo, Il Cairo e Beirut (cari magistrati alla monasteracese, oppure fantozzianamente tennisti, si sappia che Ciccio era in Libano, prima che arrivassi io, e infatti avevo all’epoca nove anni circa, ma se qualcuno pensasse che lui prendesse ordini da me perché, il sottoscritto, era già Capo della Spectre, lo confermo, essendo, notoriamente precoce, così si alimenta la leggenda e si fomenta il personaggio, cioè il mio!).

Il fiuto del cronista

Totò, però, non è solo preside, ma giornalista professionista con i controfiocchi, avendo il fiuto del cronista di razza, alla Joe Marrazzo per intenderci. Quindi nulla a che vedere con alcuni invasati e invertebrati parapennivendoli, di due giornaletti online, uno dei quali diretti da una frigida aconcettuale e pseudointellettuale (benché respinta, dal genere maschile, gigolò compresi). Sempre Totò era corrispondente dalla Locride de La Gazzetta del Sud prima che fosse sostituito da un obeso, laido, ricattatore, prezzolato, disgustoso, sporco, ma passato a miglior vita, perché destinatario di un mio anatema, nel quale gli preconizzavo che gli sarebbe scoppiato il fegato (beccati questa!) e alla sua ‘erede’ posticciamente platinata, bisognerebbe togliere la pubblicità che entrambi o hanno estorto o estorcono, con sottili detti e non detti.
A onor del vero, Totò Delfino era persino il corrispondente de Il Tempo, diretto, all’epoca, da Gianni Letta, mica da qualche lellesco ciambellano dei colli (saranno tre?), sempre teso a essere genuflesso innanzi agli attuali tenutari di qualche caricuccia e non considerando come costoro passano, mentre io rimango: lo si ricordi sempre, assieme al fatto di come il sottoscritto, quando vuole e si mette di buzzo buono, è un formidabile, nonché riuscitissimo jettattore!

Il senso del coraggio indomito

Totò, viceversa, non era affatto così (cioè prono, altezzoso ed equivoco, alla stregua degli esempi di sopra tratteggiati; immaginari o reali?) infatti aveva insito il senso del coraggio indomito, pure in politica, essendo consigliere e assessore provinciale a Reggio Calabria, eletto per la Democrazia Cristiana, in cui militava con inesorabile e adamantina coerenza, proprio nella corrente di Riccardo Misasi. Lo stesso Riccardo che, a sua volta, fece da padrino al figlio Giuseppe, mio carissimo amico, oggi sposato con Maddalena Dattilo, attuale assessore della mia monegasca Bovalino: cosa volete? A ciascun Principe il suo Principato, così come ho ripetuto, persino, ad Alberto di Monaco durante il nostro ultimo incontro a Gerace!

Capitale mondiale degli scherzi tra amici

Per tornare a Totò, quindi, riprendiamo il filo del discorso, con l’avvio antelucano, di una giornata qualsiasi, pur se alle tre antimeridiane (giù di lì, poco meno o poco più) quando prende il caffè, afferra la cornetta e chiama un suo amico e compagno di partito, sfottendolo, poiché la mia Bovalino è anche una della capitali mondiali degli scherzi tra amici e il nostro, per ironia, non era da meno a molti.
Ciò premesso, immaginiamo la goliardata del nostro, con la voce camuffata, all’uopo modificata alla pari di Fantozzi nel mentre chiama assieme a Filini, il suo megadirettore (al fine di evitare la partecipazione alla gara sportiva aziendale) che, dopo aver emesso la battuta al destinatario telefonico (altro soggetto dedito a scherzi, di cui ometto reale identità, seppur noto democristiano della Locride e sempre afferente a Riccardo), nonostante fosse mezzo addormentato, gli fa: «Totarello, Totarello, ti canuscìa… ssi ttu: va curcati!»

I democristiani siamo una spanna sopra gli altri

Beh, non c’è nulla da dire, in quanto i democristiani, tutti i democristiani, persino or ora dal letto destati, siamo una spanna sopra gli altri (sarà questione di eugenetica politica) ovvero risultiamo subliminalmente migliori di chiunque, specialmente moltissimi degli odierni attuali, cioè quella strana fauna composta da (paraprosti?) badanti e viscidamente frustrati, le cui fattezze facciali – in capo a tal ultimi (i frustrati, ovviamente) non ricordano i cervi allocati in Austria (e dintorni), ma (sarebbero?) più somiglianti alle lucertoline corte, in luogo alla loro altezza, uguale e contraria a quella dei Corazzieri quirinalizi (per la cronaca: quest’ultimo esemplare esiste? Se sì, con costui ancora non ho finito!).

La reale stazza del giornalista professionista

Per ritornare a Delfino, però, la stazza del giornalista professionista (serio, coraggioso, di autentico spessore analitico/culturale) era concretamente reale, al punto che questo suo modo di essere e di fare lo riproponeva persino in politica, quando si trovava nell’agone e utilizzava (civilmente e pedagogicamente) il proscenio della succitata arte, proprio per complementare le sue battaglie morali, giammai moralistiche.
Lo ricordo benissimo, difatti, il giorno delle elezioni regionali del 1990, fuori dal seggio a Bovalino (già, Bovalino, nuovamente Bovalino, la mia unica e sola Bovalino, ovvero il sogno e il paradiso!), mentre uscivo con papà che lì votava e ci mettemmo a parlare del più o del meno, tipo i candidati probabilmente vincitori della tornata in corso, nella quale Totò era a favore di un altro ferreo misasiano, che infatti rivinse da uscente, cioè il comune amico Sebastiano Tramontana, da Delfino affettuosamente soprannominato Tramonten.

Cronista autentico e cortigiano prezzolato

E sempre lui, Totò Delfino (che pianse per le tragedie e [de]rise i tragediatori) fu cronista autentico e non cortigiano prezzolato, oppure divulgatore a cottimo di un verbo apocrifo e settario, che dir si voglia, anzi ebbe il coraggio di stigmatizzare, persino i disdicevoli comportamenti di alcuni giovanotteschi poliziotti, stanziati nel nostro paese (Bovalino, per l’appunto), laddove vi era il comando dei Nucleo Antisequestri della Polizia di Stato.

Il fuoco di fila

Infatti, in quell’anno (sempre il 1990) precisamente, all’inizio di Gennaio, Totò, e questa volta assieme al figlio, cioè il mio amico Peppe (prima menzionato!), furono pure al centro di una indebita pressione (che qualcuno considerò prodromica, alle prese di posizioni or ora citate, perché aprirono gli occhi a molti, circa le comportamentalità di qualcuno) in quanto si trovarono nel bel mezzo di un fuoco di fila, metaforicamente parlando, cioè un inseguimento da parte delle forze dell’ordine mentre si recavano d’urgenza alla Procura di Locri.

Il sequestrato più famoso d’Italia

A tal proposito, lì erano diretti per consegnare una lettera recapitatagli a casa che conteneva dettagli e prove in vita del sequestrato più famoso d’Italia e per di più in corso, cioè Cesare Casella. Peppe alla guida, Totò a fianco, vennero intercettati sulla strada tra Bovalino e Locri, precisamente all’altezza di Ardore e si dispiegò (intorno alle prime ore pomeridiane) una scena da film polizieschi (in voga in Italia negli anni ’70, dei quali erano protagonisti Luc Merenda o Franco Nero) con annessa pantera della Polizia a tallonare la povera (benché mitica!) Y10 celestina, del solito Peppe. All’arrivo nella piazza del Palazzo di Giustizia, Totò balzò fuori dalla vettura lasciando i figli (c’erano entrambi i maschi) e iniziò a correre lesto e spedito, verso l’androne di ingresso, dove il carabiniere di piantone fece appena in tempo a chiedergli: «Preside! Preside, dove sta andando così veloce? Perché corre?»
Totò si volta, indica con il dito gli inseguitori (chiaramente voleva consegnare alla Procura il prima possibile e senza filtri della polizia la comunicazione ricevuta, pure a tutela dell’ostaggio!) e in quel parapiglia a metà tra un lungometraggio d’azione e la commedia, grida, fintamente sorpreso, sebbene spaventato: «Sto salendo sopra dal Procuratore! Non so cosa vogliano da me: mi stanno dietro, a sirene spiegate, da un quarto d’ora! I miei figli… i miei figli sono fuori! Fate attenzione a quello che succede!»
Difatti, proprio all’esterno e in simultanea, Peppe e il fratello, sono prelevati e infilati nella Pantera (al netto di qualsiasi bisogno fisiologico!), restando ospiti dell’abitacolo fino all’uscita del genitore, con cui torneranno serenamente a casa nella mia Montecarlo ionico reggina’ (ovviamente, Bovalino, il sogno e il paradiso), con il lasspassè del Procuratore del tempo coevo, Rocco Lombardo, precisamente.

Uno dei tanti aneddoti delfineschi

Questo è uno dei tanti aneddoti delfineschi, come ad esempio i loculliani pranzi che la moglie preparava a ogni visita di Riccardo (in campagna elettorale o meno), che terminavano con la solita richiesta misasiana (Riccardo non aveva anoressia fisica e men che mai cultural/politica) perché, dopo il desco, con il suo roboante vocione di forbito latinista e consumato attore (ma gli era naturale fare così, infatti tale fu!), assieme all’occhio languido e a una tenerezza infinita, sempre il magnifico Riccardo (a proposito, mi manchi tanto pure tu!) diceva: «Cummari, pozzu i mi riposu nu pocu?»
Grandezze di uomini, sapienze di vita, ossequio alle membra, che sprigionavano cultura, umanità, visione, e molto altro ancora.

Un rapporto forte e sincero

E già, perché il rapporto tra Riccardo e Totò era talmente forte e sincero che nel 1984, scorgendo in foto, su Panorama, un’immagine di Ciccio Delfino (chiaramente rubata e per fini di indebita pressione, verso lo stesso Ciccio, da parte di qualcuno del giro di Francesco Pazienza, su cui il fratello di Totò stava indagando, nella sua veste di Capocentro del SISMi a New York) sempre Totò, allertato, casualmente, da un suo famigliare (che riconobbe il congiunto sul giornale), capì subito il problema, ovvero i rischi concretamente reali, pure se non si scompose (ma prima sbeffeggiò il proprio congiunto che scoprì il fotogramma in questione, solamente perché non riteneva verosimile il tutto (e corse sull’autostrada per raggiungere Misasi e parlargli a quattr’occhi.

Gli anni di oltraggio

E poi, già poi… gli anni di oltraggio che subì Ciccio (per me valoroso generale dell’Arma, non delinquente notorio: è il mio giudizio che non impongo a chicchessia, ma lo rispetto e ne difendendo la memoria) in cui Totò si sentì affogare assieme a questo fratello a cui voleva un mondo di bene e da costui era ricambiato: brutte pagine, che bisogna leggere attenendosi alla composta disciplina militare, seppur applicata agli affetti famigliari! Ecco: voilà un’altra pagina di storia e vita che si intrecciano nella mia esistenza, che tutto è fuorché banale e Dio, sempre Dio, ringrazio, per avermela data e per avermi permesso una strutturazione simile, in quanto le cose passano e tutto continua.

Giganti visti da un bambino

Certamente continua il mio affetto per i Delfino, tutti quelli menzionati e chi non c’è più, ma parliamo di giganti, visti da un bambino (magari un particolarmente intelligente bambino? Credo di sì!) divenuto, oggi, uomo che si trova ad affrontare (in molte occasioni) nani, moralisti, manettari, frustrati, impostori, insolenti, inadempienti e molto altro, peggio, ancora. Statene certi, io ci sono e ci sarò, per contribuire (cum grano salis!) a denunciare il tutto e a gridare la verità, alla stessa maniera di come faceva Totò. Grazie per avermi dato, pure tu, un esempio simile e tale: non è poco, anzi è il tutto nell’insieme, sineddoche di un comportamento da persona con attributi!
È normale così, simu i Bovalinu!

Originariamente pubblicato su Calabria7


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