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Costume e SocietàLetteratura

Thànatos

Novelle Ioniche


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Di Luisa Totino

La fanciulla annuì e, rimettendosi in ginocchio, continuò la sua litania invocativa, al termine della quale gettò nel piccolo braciere un bracciale di corda intrecciata che aveva al polso ed esso arse in un attimo. Dopo la fiammata provocata dal bracciale, il buio calò tutto intorno, mentre la fanciulla rimase a terra con la testa china. La luna piena rischiarava sufficientemente da permettere a Diomedes di avvicinarsi alla fanciulla e dirle che ora poteva andarsene. Tuttavia, quando andò a sfiorarle il braccio le si voltò di scatto, il velo scese sulle spalle e le scoprì il volto, bellissimo e definito, ma i suoi occhi erano fiammeggianti, e una voce spettrale e lugubre uscì dalla sua bocca: «Come osi rivolgermi la parola, mortale?»
Poi la fanciulla si alzò e, guardandolo fisso negli occhi, disse: «Abbi rispetto di chi ti sta di fronte. Io sono Thànatos, fedele servitore della Regina Persefone. Ho avuto il compito di scortare Dafne al suo cospetto e, per farlo, ho dovuto usare la possessione. Le sue invocazioni sono giunte alla mia Signora, che vuole conferire con lei, ma non erano previste altre presenze mortali!»
Diomedes, ripresosi dallo sgomento, rispose: «Io non voglio mancare di rispetto a nessuno! Ero qui per caso! Mi ero attardato sul lavoro, tutto qui! Quindi quella invocazione serviva per farla scendere nell’Ade? Perché hai dovuto usare la possessione? È così che ai vivi è permesso scendere agli Inferi?»
E Thànatos: «Fai troppe domande, mortale! Verrai anche tu, non posso lasciare testimoni!»
E Diomedes: «Non parlerò, lo giuro! È troppo presto, per me, per finire negli Inferi, con tutto il rispetto e la devozione che io possa avere!»
«Basta! Troppo tardi per le spiegazioni!» disse Thànatos, e dalla sua mano fuoriuscì una catena incandescente che strinse alla vita il povero Diomedes.
«Non aver paura, non ti brucerà. Ma se tenterai di fuggire ti ridurrà in cenere in men che non si dica. Non che mi dispiaccia avere una nuova presenza nell’Ade!»
Diomedes chiese: «Come arriveremo laggiù? Ti ricordo che stai andando contro le leggi del tuo mondo, a portarmi con te!»
E Thànatos, con voce tuonante: «Non sta a te dirmi cosa devo fare! Devi solo seguirmi in silenzio, e ti conviene farlo se non vuoi soffocare tra i fumi velenosi, che incontreremo lungo il cammino!» Rivolse, allora, la sua mano aperta verso la terra. All’improvviso si sentì un forte rumore, come di una scossa di terremoto, poi la terra iniziò ad aprirsi e si vide una macabra voragine con una scalinata ripida e spaventosa. Diomedes era terrorizzato all’idea di dover scendere, ma aveva più paura di rimanere incenerito dalla catena che cingeva la sua vita. Cercò di socchiudere gli occhi, per non vedere del tutto. Iniziarono a scendere i tetri gradini: emanavano fumo acre e si intravedevano volti di persone defunte, così vicine e strette che i loro lamenti si spandevano ovunque.
Diomedes, incuriosito, chiese: «Perché ci sono i visi delle persone defunte, in questi gradini? I loro lamenti sono orribili e strazianti!»
E Thànatos: «Per essere un mortale sei troppo irriverente verso le divinità, e molto curioso di sapere cosa accadrà dopo la dipartita. Essi sono i diffamatori, coloro che, in vita, su malevoli giudizi, verso gli altri, fondavano la propria gloria. Abili nel costruire nefandezze, qui vengono calpestati e messi sotto i piedi da chi entra in questo Regno!»
Terminata la scalinata, camminarono per un tratto tra fuochi e rivoli di lava, fino a giungere a un ponte. Costruito con grossi ciottoli ricoperti di uno spesso strato di fuliggine e polveri quasi irrespirabili, tanto che Diomedes cercò di trattenere il fiato, per non inalarli.
Thànatos, voltatosi per dargli indicazioni, si accorse del suo viso paonazzo e disse: «Non ti sforzare di trattenere il respiro, il ponte è troppo lungo per te. Non rischi di essere avvelenato, ho intenzione di portarti vivo dalla mia Signora.»
Diomedes, allora, liberò il fiato, un altro momento e sarebbe rimasto lì per sempre. Il ponte era sospeso su una vallata di terrificante profondità. Salivano da essa strane bolle trasparenti, al cui interno si scorgevano visi deformi e strazianti, le cui urla non si sentivano.
Thànatos, senza guardare Diomedes, disse: «Non mi dire che vuoi sapere anche delle bolle della vanità?»
E Diomedes: «Se vuoi puoi dirmelo… tanto so già che perderò memoria di ciò che sto vedendo. Persefone non permetterà mai a un mortale di ricordare del suo Regno!»
E continuò: «Ho studiato su di lei dalle antiche storie. Conosco le sue abitudini.»
E Thànatos: «Sei un mortale troppo attaccato al tuo sapere, ma qui si va oltre ciò che gli uomini possono solo immaginare. I dannati che vedi nelle bolle erano boriosi in vita, si gloriavano e si compiacevano di ciò che erano e conoscevano. Ora sono solo inutili bolle che vagano senza meta. Inutile urlare, per farsi sentire, perché nessuno si curerà di loro!»

Continua…

In foto Ermes circondato dagli spiriti dei defunti di Adolf Hiremy Hirschl


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