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Antonino Marino, “una ferita che non si è mai rimarginata”

«Eravamo una coppia felicissima. La parte più bella della mia vita è stata quella vissuta insieme a lui». Sono parole piene di commozione quelle di Rosetta Vittoria Dama, un racconto carico di nostalgia e amarezza per una vita vissuta a metà e una felicità spezzata per sempre il 9 settembre del 1990, quando suo marito, il Brigadiere Antonino Marino, venne brutalmente ucciso a Bovalino Superiore in un agguato di ‘ndrangheta. L’omicidio del sottufficiale dei Carabinieri, che da diversi anni era impegnato nel contrasto alla criminalità organizzata, scosse profondamente il piccolo centro della Locride.
«In un attimo la nostra vita bellissima è diventata un incubo», ci racconta mentre ritorna con la mente a quei terribili momenti, alla notte in cui, in simultanea ai fuochi d’artificio della festa del paese, furono esplosi i colpi di arma da fuoco che uccisero suo marito, ferirono il figlio Francesco e colpirono anche lei, in quel momento incinta del secondogenito. Rimasta ferita alla gamba, Vittoria porta ancora con sé i segni di quella tragica notte. «Segni sul corpo – ci racconta, – ma soprattutto nel cuore e nella mente, che anche a distanza di così tanto tempo continuano a fare male».
Il matrimonio nel 1988 e la felicità durata solo pochi anni, la rabbia e il desiderio di andare via da una terra che le aveva tolto tutto, la voglia di giustizia e di verità in un posto così ostile come può essere la Locride, i figli che ha cresciuto da sola e ai quali ha cercato di non far mai mancare nulla. La storia di Vittoria racconta il dolore per una perdita così grande, ma anche la forza e il coraggio di una donna: «Oggi dico che sono orgogliosa della persona che sono e dei figli meravigliosi che ho cresciuto».
Com’era la vostra vita prima di quella tragica notte?
Io e mio marito eravamo una coppia felicissima, ci capivamo. La gioia di stare insieme era impressa sui nostri volti. Dopo il matrimonio abbiamo subito pensato di allargare la famiglia, e così è nato Francesco. La vita trascorreva tranquillamente. Da San Ferdinando, dove lui prestava servizio, siamo venuti a Bovalino in ferie nell’agosto del ’90, in occasione della festa patronale. Fu proprio pochi giorni prima di quella notte che scoprì di essere incinta del nostro secondo figlio, Nino. Mio marito era felicissimo. Purtroppo, però, quella felicità durò poco. Da un momento all’altro, mi sono ritrovata dalla gioia al dolore, la tempesta. Mi hanno tolto il sorriso. Ho perso l’espressione gioiosa che avevo, me l’hanno rubata. Sono passati trent’anni da allora, però il ricordo è sempre vivo e la ferita non si è mai rimarginata.
Si ricorda com’era la Locride negli anni ’80 e ’90?
Era tremenda. Era il periodo dei sequestri di persona e degli omicidi. La malavita in quegli anni ha distrutto la vita a troppe persone.
Tanti, dopo le ingiustizie e i soprusi subiti dalla ‘ndrangheta, hanno scelto di andare via da qui. Lei, invece, è rimasta. Come ha vissuto questa scelta?
In realtà non è stata una scelta. Nell’agguato ero rimasta ferita alla gamba e non sono riuscita a muovermi per molto tempo. In più avevo due figli piccolissimi e avevo solo 29 anni. La volontà di andare via c’era, ma non ero in condizioni di andarmene. Quello che è venuto dopo l’ho fatto solo per i miei figli, loro mi hanno dato la forza di restare e di andare avanti.
Siete riusciti a ottenere giustizia?
Siamo arrivati a un processo dopo tanti anni grazie a rivelazioni di pentiti. Siamo arrivati ai mandati che sono stati condannati, all’esecutore materiale no.
A Locri, in un corteo di Libera, nel 2017, indossò una camicia con la scritta “Orgogliosa di aver sposato uno sbirro”. Quell’immagine fece il giro dei giornali e dei TG.
Sì. All’indomani della visita a Locri del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, qualcuno fece trovare sui muri del Vescovado scritte ingiuriose contro le forze dell’ordine. Venivano definiti “sbirri”. Da moglie e madre di un Carabiniere mi sono sentita toccata nel cuore, mi sono detta: «Devo fare qualcosa». Così ho deciso di realizzare quella scritta. I Carabinieri, tutte le Forze dell’Ordine, sono delle persone oneste, degli eroi. E all’Arma dei Carabinieri non smetterò mai di dire grazie, mi sono sempre stati vicini in questi anni difficilissimi.
Qual è il messaggio che si sente di dare ai giovani della Locride?
Vorrei dire loro di non cedere alle tentazioni, alla promessa di soldi facili. Devono avere un obiettivo nella vita, studiare, trovare un lavoro onesto e un domani poter dire: «Questo l’ho fatto io». Vorrei dire loro di essere forti.

Vittoria Dama durante la Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie svoltasi a Locri nel 2017
(Foto: Alessandro Tarantino)

Mariateresa Ripolo

Nata nel 1993, si laurea nel 2015 in Scienze della Comunicazione all’Unical. Prima di specializzarsi in “Informazione, editoria e giornalismo” a Roma Tre, trascorre un periodo di studi all’Università di Castilla la Mancha, in Spagna, dove ha l’opportunità di imparare la lingua e di visitare gran parte della penisola iberica. Ama i viaggi, l’arte e i libri. Con il sogno di diventare giornalista sin da bambina, è sempre più convinta che l’informazione e la cultura siano le armi più potenti per cambiare il mondo.

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