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LSU/LPU: “Si intervenga prima che scoppi un’emergenza sociale”

Con una nota stampa diffusa mercoledì, il Segretario Generale della CGIL Funzione Pubblica Alessandra Baldari e la controparte di Nuove Identità di Lavoro CGIL Ivan Ferraro ripercorrono la storia dei Lavoratori Socialmente Utili e di Pubblica Utilità.
Istituita attraverso due differenti Decreti Legislativi del 1997, questa categoria di lavoratori nasce “come strumento di politica attiva del lavoro, di qualificazione professionale e di creazione di nuova occupazione” si legge nella nota stampa, che sottolinea immediatamente dopo come, tuttavia, questa forma di pubblico impiego si sia trasformata “in lavoro nero legalizzato”.
“Le amministrazioni promotrici dei progetti – continuano i sindacalisti, – utilizzano i lavoratori di fatto come dipendenti, colmando i vuoti d’organico, ma di diritto essi non hanno alcun rapporto di lavoro con l’Ente” e, pur essendo forza lavoro a costo zero, non godono di copertura previdenziale.
“Si crea così il precariato di Stato più lungo della storia, con numeri consistenti nelle regioni ad obiettivo convergenza” denuncia la CGIL, che continua ripercorrendo il travagliato iter di riconoscimento di un contributo minimo annuale per questi lavoratori che, previsto nel 2000, diventerà effettivo solo sette anni più tardi.
Scendendo nel dettaglio del caso Calabrese, è solo nel 2007, spiega la CGIL, che vengono destinati 60 milioni alla stabilizzazione degli LSU e LPU e viene prevista l’equiparazione dei secondi ai primi con un provvedimento che, tuttavia, riguarderà soltanto le stabilizzazioni del 2008.
Nel 2013 arriva una svolta grazie alle legge 147, che determina la “contrattualizzazione a tempo determinato, a 26 ore settimanali, di circa 5.000 LSU e LPU calabresi dal 1° Gennaio 2015. Si proseguì con le proroghe dei contratti per altri 5 anni, ma per le stabilizzazioni a tempo indeterminato il governo nazionale negò il contributo annuo agli LPU che, a differenza del 2008, vengono stabilizzati con il solo contributo regionale.”
Questa clausola ha però fatto sì che la maggior parte di questi lavoratori venissero stabilizzati a 18 ore settimanali e che si sia persa una volta di più la parità di trattamento tra le due categorie, che la CGIL invita a ripristinare.
“Considerando che il bacino LSU si è ridotto notevolmente – continua la nota, – si dovrebbe valutare l’incremento dell’incentivo [attualmente fissato a poco più di 9mila € annui, ndr.] e disporne la concessione anche per gli LPU stabilizzati dopo il 2008.
“Quindi bisogna riavviare un confronto con il Ministero del lavoro e la Regione Calabria, per effettuare una ricognizione delle risorse e dei lavoratori per una nuova programmazione degli incentivi.
Ciò consentirebbe di riportare i lavoratori a percepire un salario equo, ripristinando le consolidate 26 ore settimanali.
Naturalmente bisogna avviare concertazioni, oltre che con il Governo Nazionale e regionale, anche con gli enti utilizzatori che dovranno impegnare risorse proprie di bilancio, per garantire il mantenimento e il rafforzamento dei servizi erogati attraverso questa forza lavoro.
Al momento il maggior numero di stabilizzazioni, in Calabria, sono state effettuate a 18 ore settimanali, con un salario medio di circa 650 Euro mensili. Paradossalmente un percettore di reddito di cittadinanza guadagna più di un Lavoratore Pubblico.”
Insomma, gli LSU e LPU calabresi, per i sindacalisti, “hanno subito un arretramento economico e giuridico non indifferente. Si ritrovano con un salario decurtato di più di un terzo, creando disagi non solo economici”. Una condizione che rende urgente intervenire onde evitare che tale situazione degeneri in vera e propria emergenza sociale.

Foto: corrieredellacalabria.it

Redazione

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