Attualità

Donatella Catalano: «Gianluca ha lasciato in eredità a tutti il suo sorriso»

Di Simona Musco

«Quando mi si chiede come si fa a sopravvivere alla morte di un figlio la risposta è semplice: non si sopravvive. È come se il cuore scoppiasse ogni volta». Il sorriso di Donatella Catalano esplode anche attraverso un telefono, anche quando il dolore emette il suo suono sordo e continuo ormai da troppi anni. Gianluca Congiusta, suo figlio, non c’è più da 16 anni. Il 24 maggio 2005 una mano criminale, che la Giustizia non ha saputo riconoscere, ha spento il sorriso di quel giovane. Una mano che ha pensato di poter disporre della vita e della morte degli altri. Ma non della memoria, che giorno dopo giorno si rinnova in chi resta. «Tu lotti per il bene, anche se in fondo hai un grande urlo dentro. E vorrei avere una fermezza tale da poter gridare al mondo intero che in un piccolissimo paese della Calabria c’è Gianluca, un ragazzo che amava, che ama il suo paese. Gianluca non è morto. E non si è piegato a coloro che sono privi di valori. Ma non è colpa loro, sono stati cresciuti così» dice Donatella. Che anche quest’anno, nonostante la pandemia, sarà presente alla Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, giunta alla sua XXVI edizione.
Cosa significa memoria? C’è ancora speranza?
Guai se rinunciassimo a questa testimonianza, guai se non ricordassimo ogni anno ognuno di loro, ognuna delle vittime, perché la memoria è vita per i nostri ragazzi. Per quelli che sono volati in cielo e anche per quelli che sono qui con noi. Finché avrò respiro io ricorderò sempre. Siamo una grande famiglia, uniti nel dolore, sì, ma forti. Sento di avere avuto in dono la forza di dire agli altri di non scoraggiarsi, dobbiamo andare avanti affinché ma più nessuno prema il grilletto. Lo so che accadrà ancora, ma noi dobbiamo lottare e fare memoria, finché ciò non sarà soltanto un brutto ricordo.
Come vivi l’assenza di Gianluca?
È come se fosse ancorato a me. Lo sento ancorato a me e sto lottando affinché a nessun ragazzo, uomo o donna capiti quello che è accaduto a lui. Penso spesso a Maria Chindamo, il cui corpo non è mai stato trovato. Mi hanno chiesto cosa fossero per me i suoi terreni. Ho risposto: sono e saranno sempre mandorli in fiore. Io vorrei trasmettere questa speranza, questa gioiosità che vive nella tristezza, perché è inutile dire che gioisco. Però ho la speranza di non vederli deperire giorno dopo giorno.
Il tuo sorriso è sopravvissuto, nonostante tutto.
Mi è stato tolto Gianluca, mi sono state donate la speranza e la forza, una forza speciale che vorrei trasmettere a tutti. Certo, la notte abbraccio un cuscino inumidito dal pianto, ma quando il dolore mi travolge talmente tanto da non saperlo gestire, io guardo il cielo e lo metto giù. Glielo dico: mi dispiace, devi stare a bada. Per me non è morte, Gianluca è vita e basta.
È come se la forza di Gianluca si fosse sommata a quella di Donatella.
Io sono così, non faccio fatica. Certo, mi manca molto, ma non penso mai che mio figlio sia morto. Mio figlio è vivo, io sono morta il 24 maggio 2005. Ma rimango sempre piena d’amore e di speranza per il mondo intero.
Cos’è la Giustizia?
Io ho sempre creduto nella Giustizia. Fino al momento in cui ha messo la parola fine al caso sull’assassinio di Gianluca. Da quel momento mi sono ritrovata costretta a non crederci più. Gianluca è morto ucciso dalla mafia e Mario, suo padre, ucciso dall’ingiustizia. Ho visto con i miei occhi, in quel Palazzaccio, che non c’era giustizia. Per me è stato sempre, sin dal primo gradino, un enorme ghiacciaio privo di umanità. Le carte diventano cose sterili. Ma in quelle carte ci sono le storie di una vita strappata via. Ci sono verità e mezze verità. Non si può parlare di giustizia quando non si ottiene una risposta.
Qual è l’eredità di Mario e Gianluca?
È grande, grandissima. Gianluca ha lasciato in eredità a tutti il suo sorriso, la voglia di non piegarsi, la speranza. Il suo volto è tutto questo, anche nella memoria. L’eredità di Mario è la sua lotta, ma non è stata compresa e questo mi rattrista moltissimo, perché non ha lottato solo per Luca, ma per tutti. Non ha avuto quello che avrebbe meritato, ma è stato un gigante. E con quelle sue mani si è opposto alle ingiustizie, ai silenzi, ai veleni. Con le sue mani bianche ha chiesto la certezza della pena. La sua lotta ora è tra le mie braccia, che vorrei fossero enormi, per abbracciare tutti quanti e dire che possiamo tutti essere quei mandorli in fiore. Questa terra è nostra. È di Gianluca. È di Mario. E siamo tutti qui.

Foto: gianlucacongiusta.org

Redazione

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