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Attualità

“Fu il silenzio a dirmi ciò che accadde a Fortunato Correale”

Stavo rientrando da Messina quella sera del 22 novembre del 1995. Era una serata fredda. Il silenzio aveva preso il sopravvento anche sulle macchine. Non ne passava neanche una. Quel silenzio ti dava un senso di malinconia. La strada, in salita, sembrava stranamente più buia. Via Tevere, all’epoca, non era molto abitata e quando superavi l’incrocio che porta allo Stadio d’istinto guardavi in alto per scorgere le luci dell’autofficina di Fortunato Correale. Era un punto di riferimento per chi rientrava dalla Marina, soprattutto a piedi. Quella sera, però, guardando in lontananza, era tutto buio. Nessuna luce che segnava, come un faro, il tragitto che portava a casa. Una strana sensazione prendeva sempre più il sopravvento. E quel mondo fermo e senza luce che si apriva attorno non era piacevole per un ragazzo. Passando davanti all’autofficina percepivo un odore amaro. Una sensazione strana. Non ricordavo di aver mai visto il buio provenire da quel luogo, anzi c’era sempre Fortunato che parlava con il suo tono di voce riconoscibile da molti metri prima e altrettanti metri dopo. Quella sera, il silenzio. La serranda era abbassata.
Pochi minuti dopo, appena a casa, la notizia che non avresti mai voluto sentire. Fortunato era stato ucciso.
In quel momento la mente si annebbia e non comprendi cosa sia potuto accadere. Non realizzi. Rimani incredulo e stenti a raccogliere il filo per poter anche solo ricominciare a pensare in maniera razionale. Tutto si ferma.
Negli anni molte volte ho ripensato a quella sera di novembre. È trascorso molto tempo, ma ogni volta che passo davanti all’autofficina mi giro per vedere se c’è Fortunato che sta mettendo mani su qualche macchina e magari scherza con qualcuno, cliente o amico che sia, come era solito fare solo lui. Quando mi volto, però, rivedo solo quella serranda abbassata. Non si sente più la sua voce, né qualche metro prima di arrivare, né qualche metro dopo averla superata.
Rimane, purtroppo, il buio tetro di quella sera di novembre. E mi commuovo, in silenzio.

Foto: vittimemafia.it

Oὐδείς

Oὐδείς (pronuncia üdéis) è il sostantivo con il quale Ulisse si presenta a Polifemo nell’Odissea di Omero, e significa “nessuno”. Grazie a questo semplice stratagemma, quando il re di Itaca acceca Polifemo per fuggire dalla sua grotta, il ciclope chiama in soccorso i suoi fratelli urlando che «Nessuno lo ha accecato!», non rendendosi tuttavia conto di aver appena agevolato la fuga dei suoi aggressori. Tornata alla ribalta grazie a uno splendido graphic novel di Carmine di Giandomenico, la denominazione Oὐδείς è stata “rubata” dal più misterioso dei nostri collaboratori, che si impegnerà a esporre a voi lettori punti di vista inediti o approfondimenti che nessuno, per l’appunto, ha fino a oggi avuto il coraggio di affrontare.

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