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Liliana Carbone: «Se gli assassini restano impuniti, non potrà esserci futuro»

Una sola pallottola, il 17 settembre del 2004, spezzava prepotentemente sogni e ideali. In quella calda sera di fine estate, a Locri, veniva per sempre gelata la vita di Massimiliano Carbone. Un forte boato colmato da un rumoroso silenzio che si prolunga da 16 lunghissimi anni. Un silenzio rotto però dalla voce di Liliana Esposito, madre della vittima, che non ha mai smesso di raccontare e urlare il suo strazio. Che non ha ancora placato il bisogno di giustizia per l’assassinio di Massimiliano. Un ragazzo forse colpevole di aver vissuto appieno la sua giovinezza. Un uomo al quale si è probabilmente invidiata la sua capacità di amare, sentimento contraccambiato con l’arma dell’odio. Un figlio che è stato strappato troppo presto dalle braccia della sua mamma, ma non di certo dal suo cuore, che continua, in ogni suo battito, a non perdere la speranza di vedere un giorno vinta la propria battaglia. In occasione della Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, Liliana Esposito ci racconta del suo adorato figlio.
Massimiliano, trentenne per sempre. Per chi non ha avuto la fortuna di conoscerlo, chi è stato davvero questo ragazzo?
Un ragazzo straordinariamente normale, come tutti i ragazzi allegro e capace di malinconie. Un giovane che aveva idee pulite, che si accontentava di poco in una realtà in cui imperversa il consumismo e l’apparenza, che ha avuto contenuti e valori, che è stato amabile e gentile. Ancora qualcuno mi racconta di quanto sia stato generoso nel donare il sangue, anche oltre gli appuntamenti con l’Associazione Donatori Volontari di Sangue per Talassemici, e di come sia stato sempre disponibile con le persone bisognose. E poi, Massimiliano era davvero bellissimo.
Massimiliano aveva creato una Cooperativa sociale, la Arcobaleno Multiservices. Insieme alla sua vita, quali altri progetti sono stati spezzati?
Era stata una buona intuizione, un’idea senza tante pretese che gli avrebbe però consentito di restare a Locri, un progetto che avrebbe dato lavoro anche al fratello Davide e ad alcuni compagni con disabilità, soci in una cooperativa di Tipo B. Un lavoro duro e poco redditizio, che però poteva far gola, e forse ancora ne fa, a certi poveri di spirito. A Locri Massimiliano aveva affetti; togliergli la vita è stato negargli soprattutto di amare suo figlio, nato nel 1999.
Locri ha saputo corrispondere all’amore che Massimiliano, nella sua giovinezza, le ha donato?
Per Locri continuiamo a essere forisi e, certamente io ho turbato, se non proprio disturbato, un’immagine di perbenismo, fariseismo dei nati morti. Penso che sarebbe una corrispondenza di amore chiedere ancora con me una verità giudiziaria.
Suo figlio quali colpe ha pagato con la propria morte?
Ha umiliato molti miserabili. Se, dopo 16 anni e mezzo non c’è una verità per i tribunali, c’è la testimonianza resa da Massimiliano stesso, testimone di verità inconfutabile quando, su richiesta di coniugi indagati, fu esumato per l’esame del DNA. Ha umiliato gente piccola, codarda e violenta.
Un colpevole d’amore al quale, a 16 anni dalla sua morte, non è stato ancora restituito il vero colpevole d’odio. Perché?
Mi viene detto che è tra le vicende omicidiarie più complesse, eppure scontate; davvero un delitto da manuale, secondo una lettura antropologica e socio storica. Certamente le cosche non disquisiscono a proposito d’onore, soprattutto quando qualcuno a loro indiscutibilmente intraneo è disposto a pagare soldi, a dare via armi e monili di famiglia. Le cosche risolvono i problemi personali e interpersonali di chi si rivolge loro. Qualcuno può pensare di avere subito un’offesa, uno magari è geloso, un altro è invidioso. Ed ecco che s’innestano le convergenze, tanto di ragioni che diventano moventi, quanto d’azione: allora si studiano le abitudini della vittima, si sceglie una data solenne, magari per un alibi fotografico che possa essere creduto di ferro e che si farà sempre in tempo a presentare ai Carabinieri, si assolda un killer di comprovata esperienza e lo si ospita se è un latitante. Si danneggia il lampione sulla strada, ci sono un segnale prima e poi una lupara, che tanto non si ritrova mai.
In tutti questi anni di giustizia irrisolta, cos’è che l’ha più ferita?
Mi ferisce l’omertà, che poi è l’indifferenza di troppi e la falsa comprensione di molti. Un Prefetto mi disse che i moltissimi che sanno aspettano di vedermi sufficientemente dolente. Insomma, invece delle mie parole severe e del mio rispetto per la sintassi, avrebbe strappato altre e sufficienti lacrime una prefica d’Aspromonte, che avrebbe fatto compassione, come ho capito sentendomi dire per ben due vuole dal rampollo di una cosca “Mi dispiace e vorrei aiutarvi, ma non mi lasciano…”. E poi, ancora, ferisce l’inadempienza di molte Istituzioni, le indagini superficiali e lacunose, l’ostilità di persone disinformate, alle quali certamente non dovevo alcuna illustrazione dei fatti, né dei meccanismi giuridici e giudiziari né tantomeno, delle mie motivazioni. Ci sono state, attorno a me, persone che mi hanno giudicata come se il mio lutto dovesse essere una cosa pubblica, e non la mia perla, come per l’ostrica di Khalil Gibran, che nonostante le tante mie iniziative pubbliche e l’interesse dei media, custodisco con pudore. È piuttosto la mia indignazione, è la mia rabbia che andrebbe condivisa e sentita propria, se non addirittura la vergogna, perché nessuno si è fatto motivo d’onore per portare verità a un orfano bianco, che oggi ha 22 anni e che qualcuno indica con curiosità e forse anche con malevolenza.
E cosa, invece, non le ha mai permesso di arrendersi?
Ho un imperativo morale che guida la mia l’anima, anzi proprio mi sorregge, ogni giorno. Coltivare la memoria di un figlio, e per lui continuare a chiedere giustizia vera. È come curare un figlio malato, ogni madre scalerebbe alture e attraverserebbe deserti per cogliere fiori medicamentosi. Dice Josè Saramago:

Noi siamo la Memoria che abbiamo e la responsabilità che ci assumiamo.
Senza Memoria non esistiamo
e senza responsabilità non meritiamo di esistere.

Sono le parole che ho scelto l’anno scorso per il manifesto commemorativo del 25º anniversario; sento profondamente la responsabilità di custodire la memoria di mio figlio, un figlio del quale continuo a essere innamorata, del quale ho immagini bellissime e ricordi tenerissimi. Del quale vado fiera, perché è stato un vero uomo, buono e coraggioso.
Crede ancora nella giustizia?
Sì, perché esercito una strategia di sopravvivenza. Credo in una giustizia dei tribunali non per spirito di vendetta o per ricercare una giustizia punitiva, ma confidando in un riequilibrio nei fatti della comunità; ho un’idea di armonia necessaria. Se la giustizia degli uomini non s’impone con la verità e la giusta pena, come una comunità consapevole e civile dovrebbe esigere, non ci potrà essere alcuna promozione umana; se tra noi imperversano assassini impuniti, non potrà esserci futuro. Mancano tante cose, in Calabria, ma abbonda la rassegnazione e, se davvero tanto si confida nella giustizia divina, come troppe volte mi sono sentita raccomandare, penso che nelle more dell’ultraterreno qualcuno dovrebbe cambiare mestiere.
C’è mai stato un momento in cui ha avuto paura nel proseguire con la sua battaglia?
Sempre, perché ho il senso della realtà. Conosco fin troppo a fondo fatti e persone, percorsi giudiziari pretestuosi e farraginosi. Per ottenere un po’ di giustizia, che poi non può mai ristorare nessuno, bisogna impegnare tutta l’esistenza, in termini di energie morali, psicologiche, di salute e anche economiche. Hanno ammazzato mio figlio, hanno ucciso mio figlio e non ci sono stati interventi di sostegno d’emergenza come nei film americani, ma l’obitorio, due bare, una lapide e avvocati del diavolo.
Non solo donna combattiva, ma per anni educatrice di centinaia di bambini. Ha mai perso la speranza che insegnava ai suoi alunni?
Anche continuare a coltivare e a sentire la speranza è un modo di trovare la forza per la sopravvivenza al lutto, a questa ineffabile mutilazione dell’anima e delle giornate. Forse è una forza di cui neppure si ha la consapevolezza. Sperare è un bisogno, è vivere. Ed è anche bellezza, quella che ho desiderato e proposto, ciò che è rappresentato il mio Massimiliano. Abbraccio una pietra ogni mattina nel cimitero di Locri ma, come il profeta delle lamentazioni, continuo a vedere un ramo di mandorlo in fiore.

Carmen Nicita

Nata sotto un gelido freddo di febbraio. Pungente, a volte, tanto quanto quell'aria invernale. Testarda. Solitaria. Taciturna. Ama perdersi nei dettagli, anche quelli apparentemente più insignificanti. Quelli che in silenzio, in un piccolo angolo in disparte, sperano ancora di poter esser notati da qualcuno. Ama rifugiarsi nella scrittura, poiché è l'unica in grado di osservare ogni minima cosa. La sola in grado di conoscerla fino in fondo.

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