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Stefania Grasso: «Orgogliosa che mio padre sia un esempio di onestà e coraggio»

Si può essere puniti perché si sceglie di vivere secondo rettitudine, inimicandosi così la criminalità organizzata? Sì. Vincenzo Grasso, uomo normale innamorato dell’amore esagerato e non corrisposto per la sua calda terra natia, viene freddato nel giorno che precede l’equinozio di primavera del 1989 da chi ancora oggi non ha un volto né un nome.
Vincenzo è un uomo come tutti gli altri: ha due gambe, una famiglia, un lavoro e un nome che ogni anno da 25 anni, nella Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, viene scandito a gran voce con rabbia, speranza e un’immane sete di giustizia… Per non essere dimenticato, per non farlo morire mai.
Stefania, una dei tre figli dell’imprenditore-coraggio che neppure un attimo ha ceduto alle incalzanti richieste di pagamento del pizzo, ci racconta la vicenda che ha visto protagonista la sua famiglia.
Membro dell’associazione Libera. Il più delle volte, l’impegno nel sociale da parte dei famigliari delle vittime innocenti di mafia nasce da un’importante esperienza personale. Ce ne vuole parlare?
Il 20 Marzo 1989 mio padre morì per mano nemica, perché non aveva ceduto alle richieste dei clan mafiosi che da 7 lunghi anni pretendevano da lui, perché titolare di una piccola impresa, il pagamento del pizzo. Io ero molto giovane, quando accadde, studiavo fuori all’università, ma allora avevo fatto ritorno al mio paese appositamente per festeggiare mio padre, ricorrendo il 19 marzo la sua festa. L’ultima volta che lo vidi fu davanti alla nostra portante attività, sotto casa. Quell’attività, unica fonte di sostentamento per la mia famiglia, che fino a quel momento mi aveva permesso di intraprendere gli studi. La sera del 20 marzo lo salutai in fretta e senza molta attenzione, ignara di quello che sarebbe successo di lì a poco, e andai a fare una passeggiata in piazza con gli amici di sempre, che non vedevo dalle vacanze di Natale. Solo dopo qualche ora, il frastuono generato dagli spari fu seguito da un assordante silenzio. L’unica voce che si riusciva a percepire era quella che sillabava il nome di mio padre e che alla velocità della luce si insinuava in tutti i vicoli della città che ci aveva visto nascere e crescere e che mai avevamo avuto il coraggio di lasciare. Fui accompagnata a casa e non ci volle molto perché capissi cosa fosse successo. Papà era morto. Aveva dato troppo fastidio a quelli delle telefonate anonime. Aderii a Libera parecchi anni dopo aver vissuto questo inferno. Quando ti capita una cosa del genere, all’inizio vuoi solo startene da parte, da sola, in silenzio, a pensare magari perché sia successo proprio alla tua famiglia. Presi parte all’associazione grazie alla vicinanza dimostratami da Don Ciotti prima, da tutti gli altri membri dopo. Cominciai così a sentirmi meno sola, perché qualcosa mi portava a essere simile alle persone che avevo accanto. Il nostro vissuto era simile. Uguale era la sete di giustizia e di speranza. Mi sentivo compresa.
Suo padre, ancorato a questa terra che è, insieme, madre e matrigna, ha avuto la forza di opporsi alle impellenti richieste estorsive, ma non quella di andare via. Come crede che suo padre abbia scelto di denunciare senza cedere alla forza dei clan mafiosi? Qual è stata la molla che lo ha spinto a farlo? Crede che lo abbia fatto subito, dopo la prima richiesta?
Tante sono state le volte in cui mio padre ha pensato di andare via; poco o nullo è stato il suo coraggio a farlo. La prima proposta ce la fece quando io avevo 15 anni. Una proposta che mai si concretizzò. Non riusciva a immaginarsi in un luogo che non fosse la sua amata terra, non riusciva a pensare che, svegliandosi al mattino, non avrebbe potuto contemplare il suo mare. E poi, la famiglia, gli amici, le abitudini di sempre… Mio padre non ce l’avrebbe fatta. Ha iniziato a denunciare nel 1982, sin dalla prima richiesta ricevuta, e non ha mai smesso di farlo, fino al 1989. 7 anni di denunce che pagò con la sua vita. Mio padre era una persona normale e, come tutte le persone normali, credo che abbia provato tanta paura per sé, per la sua attività, per la sua famiglia. Si è sempre rifiutato e non ha mai agito con omertà, perché lo sapeva bene: se avesse ceduto al primo tentativo, non gli avrebbero lasciato più scampo.
Lei, in quegli anni, ha mai avuto modo di venire a conoscenza dei fatti o ha scoperto tutto in seguito alla morte di suo padre?
Assolutamente sì. Io e la mia famiglia eravamo al corrente di tutto. Ebbi modo di rispondere a una telefonata pervenuta sul fisso di casa, all’età di 15 anni. L’accento della voce cattiva era tipico del Nord Italia e chiedeva che mio padre pagasse somme ingenti di denaro in cambio di protezione. Sempre a 15 anni, accompagnata da mio padre, sporsi la mia prima denuncia.
Pensa che se suo padre avesse pagato la mazzetta, le cose sarebbero andate diversamente? Avrebbe dovuto prestare consenso in silenzio o apprezza tutt’oggi la sua mentalità legale che lo ha portato, infine, a morire?
Non mi è mai piaciuto ragionare adoperando i se: sarebbe improduttivo. Rispetto tutto quello che mio padre ha scelto di fare e non posso fare altro che portarmi dentro il suo esempio che sa di onestà e coraggio. Io, come il resto della mia famiglia.
Ha temuto, dopo allora, per la sua incolumità o ha visto nella morte di suo padre la fine dei giochi di ‘ndrangheta nei confronti della sua famiglia?
Io ho tuttora paura. Paura non solo per me e per i miei cari, ma per tutti. L’essere umano è fragile, ma sa essere anche molto malvagio. E io la sconfinata misura della malvagità ho avuto modo di appurarla in prima persona, con questa esperienza. Prima della morte di mio padre, immaginavo che ci sarebbe successo qualcosa a causa della scelta di operare secondo giustizia, ma mai avrei potuto credere, forse con ingenuità, che si sarebbe arrivati a tanto. Quindi sì: ho tanta paura. Perché in questi contesti non esiste purtroppo raziocinio ed è tutto un homo homini lupus.
E le istituzioni? Si sono dimostrate vicine?
Io ripongo da sempre molta fiducia nelle istituzioni. Certo è che le istituzioni sono costituite da persone e tra di esse, come purtroppo accade, c’è chi svolge al meglio il proprio dovere e chi, invece, non se ne cura. Credo che si possa sempre fare di più.
In quanto a indagini, crede che sia stato fatto il possibile? Sappiamo che, ad oggi, l’esecutore materiale dell’omicidio di suo padre non ha un nome.
Le rispondo allo stesso modo: si può sempre fare di più. Uno Stato non è democratico se non dà prova dell’esistenza della certezza del diritto e della pena. L’Italia si presenta come un Paese dalle tantissime leggi, temperate dalla loro generale inosservanza. Occorrono riforme serie, poche e chiare norme, applicate con inflessibilità. Non chiediamo allo Stato una vendetta, ma semplicemente l’applicazione della pena ai colpevoli individuati con ragionevole certezza secondo le procedure previste dalle leggi. I rei è necessario che scontino la pena inflitta esclusivamente nello spirito della sua essenza costituzionale. Solo così può avere luogo la sicurezza sociale: con processi celeri e pene certe, efficaci ed effettive.
A sostegno delle vittime innocenti di mafia e dei loro famigliari sono previsti dei benefici con riflessi economici e di sostegno morale. Crede che le vigenti disposizioni siano eque o che potrebbero prevedere ulteriori vantaggi da riconoscere in capo a detta categoria di soggetti? In generale, qual è la sua visione relativamente alle politiche perseguite in Italia aventi a oggetto la tutela delle vittime di mafia?
La disposizione chiama beneficio ciò che dovrebbe essere riconosciuto come diritto.Per quel che riguarda le elargizioni di natura economica non mi sento di esprimere alcun parere in questa sede relativamente al quantum. Io penso che la vita di un uomo non valga un gruzzolo di denaro, qualunque sia la sua quantità. È sicuramente un buon punto di partenza per chi sia rimasto sprovvisto di qualsiasi disponibilità dopo la morte del congiunto che costituiva l’unica fonte di reddito in famiglia, come è successo a noi. Il sostegno economico è importante, ma non sottovalutiamo gli effetti collaterali di natura psichica che vicende del genere hanno il potere di provocare. Non è sufficiente, ma assolutamente necessario, che si preveda l’istituto dell’assistenza psicologica. Non è oggi previsto in Italia, diversamente da altri paesi dell’Unione Europea, seppur l’impatto psico(pato)logico sia di fondamentale rilevanza. Non è facile subire, non è facile collaborare, non è facile raccontare, non è facile parlarne. Non è assolutamente facile uscirne illesi.
Ha qualcosa da dire ai commercianti che, come suo padre ha fatto, continuano a operare in questa terra?
È sicuramente una realtà difficile da vivere. Nel nostro territorio è forte l’influenza e il controllo delle mafie che pretendono che tu le sostenga e che ti prostri ai loro piedi, consenziente. È bene sapere che da soli non si arriva da nessuna parte e un grande aiuto si può trovare nelle straordinarie persone delle Forze dell’Ordine che, con devozione, svolgono il proprio dovere.

Foto: vivi.libera.it

Caterina Sorgiovanni

Nata a Locri nel non molto lontano 1993, è iscritta al Corso di Laurea in Scienze delle Pubbliche e Private Amministrazioni, ma conserva in un cassetto di cui non ha ancora trovato la chiave un debole per la facoltà di Lettere Classiche. Non si tira indietro dinanzi al confronto verbale ma preferisce scrivere, arte che, leggenda vuole, ha praticato dal primo giorno di vita. Scriveva infatti sulla schiena della madre quando la cullava, lo ha fatto per mettere a tacere i cattivi pensieri, lo fa oggi per Métis. L’armonia e la flessibilità che condivide con le parole le hanno rese le sue più care amiche… a differenza di quanto avvenuto con quegli antipatici dei numeri che si ostinano a racchiudere tutto in schemi.

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