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Costume e SocietàLetteratura

Un nuovo tassello del puzzle e il regalo di Salincelo

Il Cartomante di Torre Normanna XVII


Edil Merici

Di Bruno Siciliano

⚠️ ATTENZIONE!
Scorri in fondo all’articolo per ascoltare questo capitolo del romanzo letto dalla viva voce di Bruno Siciliano!

«Non facciamo scene» le disse Giovannino a bassa voce mentre si sedeva sulla sedia libera di fronte al tavolo di Cristina.
«Che cosa sei venuto a fare qui?» gli ripeté l’appuntato guardandolo dritto negli occhi.
«Secondo te?»
«Non avresti mai dovuto farlo»
«La tua telefonata mi ha scosso profondamente e ho avuto voglia di vederti.»
«Non c’è più niente da vedere. Non c’è più nessuno» disse Cristina alzandosi e dirigendosi verso la lunga strada in salita che porta al Duomo, mentre con un gesto di rabbia asciugò una lacrima mai evocata che le scendeva lungo la guancia.
Giovannino restò seduto al suo posto guardando la ragazza che proseguiva ormai per via Zaleuco. La guardò fino a vederla scomparire lontano, troppo lontano da lui.
«Cosa vi porto, Maresciallo?»
Era Peppe che, discreto, si era, intanto, avvicinato al militare.
Giovannino lo guardò a lungo come se non avesse capito la domanda, poi domandò:
«Ce l’hai qualcosa di forte?»
«Un Whisky?» chiese ancora Peppe.
«Un Rhum»
«Matusalem va bene?»
«Col ghiaccio» aggiunse Giovannino, che prese a fissare un particolare del tavolino e a seguirlo con un dito come se volesse riplasmarlo.

Il Concerto in Re maggiore di Telemann aveva invaso l’Ufficio di Stracuzza. Il piccolo apparecchio stereo che il maresciallo accendeva di rado insisteva sul terzo movimento quando il telefono sulla scrivania squillò fuori tono e fuori ritmo.
«Carabinieri» esclamò Stracuzza mentre il suo dito indice spingeva il tasto di pausa.
«Buon giorno, maresciallo, sono Longo. Novità?»
Immaginando che la dottoressa Trombetta si fosse reincarnata nel pacifico dottor Longo, Stracuzza iniziò la sua sequela di novità interrotte dalla voce del PM:
«Io forse ne ho più di lei e nel pomeriggio le farò sapere. Per le quattro sarò da lei.»
«Sì, Dottore, l’aspetto.»
Ma il dottor Longo aveva già chiuso e Luciano Stracuzza si ritrovò a parlare da solo con la cornetta in mano.
«Possibile che sono tutti uguali?» si chiese Stracuzza sbattendo sull’apparecchio la cornetta telefonica. Non riaccese più Telemann,ma si alzò e uscì dalla caserma.
Cristina, intanto, era entrata nel grande Duomo, semi-deserto, s’era tolto il kepì liberando il suo ciuffo che poteva giocare adesso liberamente sulla sua fronte con la leggera brezza che soffiava mite e piacevole. Guardò verso l’altare maggiore ma non riuscì a formulare alcuna preghiera. Avrebbe voluto dire al Santissimo tutte le cose che aveva nel suo cuore ma nulla riuscì a dire neanche tra sé e sé. Forse perché erano troppe e tutte dolorose.
«Ma se Tu sei Immenso, sicuramente hai già capito tutto, per cui che cosa vuoi che Ti dica?»
«Permettete, signorina?»
Era una donnetta minuta minuta, che si rivolgeva a lei con fare quasi timoroso, guardandosi intorno.
«Ditemi, signora» disse Cristina con fare gentile e affettuoso.
«Io ho bisogno di parlarvi, seguitemi. Laggiù, vicino a quel confessionale.»
Le due donne si avviarono verso il punto che la signora aveva indicato.
Poi, la vecchietta esile e minuta si alzò sulle punte e sussurrò all’orecchio dell’appuntato: «Io ho ottantanove anni e l’ho vista. Non ha parlato con nessuno in paese, ma io l’ho riconosciuta.»
«Chi, signora?» chiese Cristina avvicinandosi ancora alla vecchietta che aveva l’alito che sapeva di cipolla e un afrore di vestiti a lungo indossati.
«Margherita, è invecchiata anche lei, ma si mantiene molto bene. È curata, ben vestita, tutta profumata e truccata. Sembra una turista ma io l’ho riconosciuta lo stesso.»
«Chi è Margherita, signora?»
“Ma allora voialtri non sapete niente? Non voglio essere io a parlare, allora. Buona giornata!»
Quindi la vecchietta si fece il segno della croce e fece per uscire dal Duomo.
«Signora, per favore!» esclamò l’appuntato, alzando un poco la voce.
La vecchietta si fermò un attimo proprio sul gradino del grande portone d’ingresso e Cristina ne approfittò per avvicinarsi e dirle ancora: «Tutto quello che può servire per assicurare un assassino alla giustizia è importante. La prego, signora mi dica. Il Signore da lassù gliene renderà merito.»
Con fare circospetto la vecchietta si rivolse ancora all’appuntato: «Margherita è la sorella di Veronica o non sapete neanche chi era Veronica? Sicuramente si sono già incontrati, perché qualche giorno prima di morire don Vitu era nervoso, arrabbiato, trattava male i clienti e… Sentite, stasera venite verso le dieci a casa mia, ma in abiti civili. Qui non possiamo parlare» aggiunse la vecchietta guardandosi ancora intorno.
«Ma voi dove abitate?»
La vecchietta prese per mano Cristina, l’accompagnò fuori dal grande Duomo e le indicò la sua casa. Era una casetta lassù in cima, sulla strada che accedeva al piazzale antistante al castello e aggiunse: «Guardate quella casetta col tetto basso e il portone marrone. Ma non venite prima delle undici! E in abiti civili, mi raccomando! Io non dormo mai e anche se è più tardi è lo stesso. Anzi, è meglio!»
Poi uscì in fretta incamminandosi verso casa.
Cristina restò a guardarla mentre, con passo lento e malfermo, si dirigeva verso casa.
Forse si sbagliava ma un’altra tessera si stava inserendo nel grande puzzle. Ma il puzzle era troppo grande e la figura era ancora troppo confusa.

Chissà perché Salincelo, per il suo compleanno, gli aveva regalato una pipa. Ma che cazzo!
Sapeva che fumava il sigaro. Però lui gli aveva ugualmente regalato una pipa.
Al diavolo. Ci avrebbe provato.
Un giorno, forse.
Giulia, invece, gli aveva regalato un profumo, buonissimo, una di quelle marche francesi che vanno così tanto di moda, costosissimo, certo, ma lo stesso un profumo. “Meglio certamente della solita cravatta” pensò. Un profumo costosissimo, ma era un regalo e questo significava tante cose: voglia di ricominciare, certamente, anche se lui non ne era convinto completamente. L’avrebbe portata a cena una sera, da Lulu’s, a Gioiosa Marina. Peppe gli avrebbe preparato sicuramente qualcosa di buono. Doveva telefonare per prenotare, in agosto chissà quanta gente c’era in quel locale, anche se due posti, anche accanto la cucina, lui glieli avrebbe trovati lo stesso.
Senza pensarci su, prese in mano la pipa, la girò e la rigirò tra le mani, smontò il bocchino, ci soffiò dentro una, due, tre volte e poi la ricompose. Cercò nella tasca della giacca appesa alla spalliera della poltrona del giardino e lo trovò, un toscano nuovo nuovo, lo spezzò e lo sbriciolò nella mano, poi, con calma, badando bene di non versare il tabacco, caricò la pipa, c’era anche un pigino nella scatola del suo regalo e con esso pigiò delicatamente il tabacco nel fornello. Poi, con il suo accendino, accese il tabacco. Aspirò un paio di volte e il fumo invase la sua bocca. Tossì ripetutamente, aveva aspirato troppo forte. Con la pipa non ce n’è bisogno, la rimise in bocca e riprese ad aspirare più lentamente. Era buono, sentiva distintamente il sapore del toscano anche se gli pizzicava la lingua e il palato. Pigiò di nuovo il tabacco nel fornello, piano, per non farla spegnere, e aspirò di nuovo con più delicatezza.
Gli piaceva proprio il regalo di Salincelo, anche se l’ultima persona che conosceva che fumava la pipa era stato un morto ammazzato, il professore delle indagini dell’anno scorso.
“Portasse sfiga?” pensò sorridendo tra sé e sé. Chissà che tabacco fumava il professore? Sarebbe andato da Mario, il tabaccaio della piazza e si sarebbe informato da lui.
Non poteva continuare a fumare il toscano nella pipa, era troppo forte e chissà, uno di quei tabacchi profumati per pipa li avrebbe sopportati anche Giulia, che lo cacciava via da casa ogni volta che provava ad accendere un toscano.
Non aveva voluto accendere la luce, gli bastava il chiarore della luna e c’erano anche le lucciole che sembravano danzare in quel giardino che avrebbe avuto bisogno di più cura. L’indomani, forse, avrebbe telefonato a Memmo, un vero esperto di tabacchi da pipa, che ne sapeva sicuramente molto più di Mario sull’argomento.

Continua…

Foto: darsipace.it


Varacalli

Redazione

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