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Costume e Società

“Icone di vita”: ritratto di Anna Costa, la Prof. di Bovalino

Non ho mai particolarmente amato il giorno della Festa della donna per diversi motivi, uno tra tutti la ferma convinzione che non è una data sul calendario a doverci “ricordare” che la donna nella società è un soggetto con diritti e dignità pari a quelli di ogni uomo.
Ed è per questo che proporre una conversazione con Anna Costa, in occasione di una ricorrenza che per molti ha una valenza particolare, mi sembrava giusto e significativo.
Significativo proprio perché Anna Costa è l’esempio di come ogni persona (non solo donna, appunto) dovrebbe essere sempre: audace per natura, intellettualmente onesta, libera e indipendente.
Una donna che alla Locride, umanamente e culturalmente, ha dato e continua a dare tanto. Professoressa di Italiano e Latino in pensione, ha insegnato per tantissimi anni al Liceo di Bovalino. Centinaia di ragazze e ragazzi (compresa la sottoscritta), sono cresciuti, maturati, hanno trovato la propria strada grazie a lei, che li ha sempre incoraggiati a seguire le proprie aspirazioni e i propri sogni.
Incontro fissato a casa sua. Tra una risata e una tazza di caffè mi racconta della sua vita. La Locride degli anni ’70 e ’80, l’impegno politico e culturale in un territorio flagellato dalla ‘ndrangheta, le lotte femministe che portarono alla conquista di diritti fondamentali per le donne e alla legalizzazione dell’aborto, gli anni di insegnamento a Bovalino e non solo, la malattia e la pensione, fino ad arrivare all’ultimo anno, caratterizzato dalla paura del Covid e alla pandemia che ha cambiato il mondo e il modo di rapportarsi con il prossimo.
Una conversazione che mi è impossibile riportare qui per intero, perché il dispositivo su cui era registrata è andato irrimediabilmente distrutto prima che potesse essere trascritta. Nella sfortuna di averla persa e nell’impossibilità di chiedere un nuovo imminente incontro, c’è la fortuna di aver ripreso un progetto che oggi sembra acquistare il giusto significato, quello che avevo sempre cercato.

È nella parola icona che si racchiude il senso e l’intento di questo scritto e di quelli che verranno. L’icona è anzitutto un’immagine sacra, il simbolo di qualcosa di grande. Una “Icona di vita” rappresenta, in tal senso, un modello da cui poter trarre ispirazione, una figura da cui prendere esempio per i risultati che ha raggiunto o che continua a raggiungere grazie alla propria determinazione e audacia.

La prima volta che misi piede in questa casa restai talmente affascinata dal senso di pace che vi si respirava che decisi all’istante: se un giorno ne avessi avuto una tutta mia in cui abitare, l’avrei voluta esattamente così!
Le foto dei viaggi affisse alle pareti, gigantografie di statue e monumenti, le piramidi in miniatura a ricordare la visita in quelle terre lontane e ricche di storia, libri più o meno antichi che riempiono ogni angolo delle librerie e delle scrivanie, riviste vecchie di decenni conservate con una cura degna di un collezionista, oggetti che sembrano avere un grandissimo valore affettivo, tutto maniacalmente posizionato, tutto al posto giusto. Un’elegante scala a chiocciola che porta nel mondo dei sogni per chi come me ama la lettura: centinaia di volumi in fila, negli scaffali, ai lati delle pareti. Una vista mozzafiato su Bovalino e un’atmosfera difficile da trovare altrove.
Anna Costa è la Prof. che ha formato e fatto appassionare alla Letteratura tantissimi giovani della Locride, la guida che ha contribuito a metterli sulla strada giusta per loro, e tra quei giovani c’è anche la sottoscritta.
Come sono arrivata in questa casa? Per caso, se il caso esiste. Anche se adesso comincio a dubitare fortemente che sia per merito del caso che mi ritrovo a parlare con lei del passato, del presente e del futuro, degli obiettivi raggiunti e dei progetti iniziati e lasciati a metà. Dalla grande scrivania ornata con un drappo rosso e su cui poggiano piantine di ogni specie, afferra delicatamente rotoli che sfoglia con cura. Si ferma. Ha trovato. «Leggi qui – mi dice, – L’oracolo di Delfi». Mi confida che aveva iniziato a scrivere nel dicembre del 2012 la storia della sua famiglia, per il suo nipotino appena nato. Legge e sorridendo esclama: «Non era Cacciaguida come per Dante il tuo trisavolo! Oh no… piccolo caro, più semplicemente Massaru Saveriu du Voscu (Massaro Saverio della frazione Bosco di Bovalino).»
Ha dovuto interrompere questo lavoro perché i suoi occhi non ci vedono più, ecco perché tutto è esattamente dove deve essere: anche il più piccolo oggetto se spostato può renderle difficile la vita quotidiana. La malattia che l’ha colpita tanti anni fa, all’inizio del suo percorso come insegnante, le ha, ora, portato via la possibilità di leggere qualsiasi cosa, anche quello che con grande pazienza scrive a mano su grandi fogli bianchi spostando l’indice, tenuto a mo’ di righello, per segnare gli spazi. Sparsi qua e là per la stanza, decine di foglietti adesivi colorati, che contengono pensieri, idee, cose da ricordare; appunti che qualcuno, di volta in volta, dovrà leggere per lei.
«Sono stata una delle prime ragazze a indossare i pantaloni. Per una donna – mi racconta con un velo di amarezza – poter fumare una sigaretta in pubblico o prendere un caffè al bar erano piccole conquiste di libertà». Libertà raggiunte solo dopo tanti anni di mobilitazioni e lotte nelle piazze.
Un racconto intenso e appassionato quello della sua gioventù nella Locride. Un racconto che ammalia e coinvolge, fatto da una donna che – anche se è ormai lontana dalle aule scolastiche – ha ancora tantissimo da insegnare. A vederla, ma soprattutto a sentirla, non si direbbe mai che ha lottato tanto e che continua a lottare, non per sopravvivere, ma per vivere. La speranza è che la sua storia possa essere d’aiuto a chi pensa che arrendersi davanti a una disabilità sia l’unica strada: «Iniziare a non vedere, per una come me, appassionata di lettura, è stato un duro colpo, ma non mi sono mai data per vinta, anzi. Ci sono tanti modi e tanti motivi per andare avanti».
L’odore del caffè che prepara aiutandosi con un innato senso dell’orientamento pervade ogni stanza mentre termina il suo racconto e mi confida che ha deciso di dedicare il resto della sua vita a chi ha bisogno: «Di un posto dove andare, di un consiglio sincero, di un caffè».

Torno a casa soddisfatta e felice di poter raccontare la sua storia: avrei trascritto la conversazione registrata appena possibile. Mi arriva la sua telefonata: «Mariateresa, ho dimenticato di dirti che sono anche appassionata di teatro, cinema, arte, musica. Con gli studi classici ho sviluppato un grande amore per il teatro: Shakespeare, Ionesco e il teatro dell’assurdo. Amo il cinema d’autore, che purtroppo non posso vedere più. E poi Battiato, i Pink Floyd e la musica classica di Beethoven. Lui era diventato sordo ma continuava a comporre. La Sonata al chiaro di luna è il brano che amo di più».

E alla fine mi dice, «Scrivi: “Ha detto la prof. che la vita va vissuta perché è bella”».

Sì Prof., questo l’ho scritto sul taccuino e lo riporto integralmente. I vecchi proverbi difficilmente sbagliano: verba volant, scripta manent.

Mariateresa Ripolo

Nata nel 1993, si laurea nel 2015 in Scienze della Comunicazione all’Unical. Prima di specializzarsi in “Informazione, editoria e giornalismo” a Roma Tre, trascorre un periodo di studi all’Università di Castilla la Mancha, in Spagna, dove ha l’opportunità di imparare la lingua e di visitare gran parte della penisola iberica. Ama i viaggi, l’arte e i libri. Con il sogno di diventare giornalista sin da bambina, è sempre più convinta che l’informazione e la cultura siano le armi più potenti per cambiare il mondo.

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