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Attualità

Quella “normale influenza” che ha fatto salire i dati della mortalità

Fin dalle prime fasi della pandemia da Covid-19 si è scatenato un feroce dibattito tra chi intendeva far scattare l’allarme sulla pericolosità del virus e chi, per contro, avvalorava la tesi che si trattasse di poco più di una normale influenza.
Entrambi gli schieramenti avvaloravano la propria tesi presentando, a supporto, i dati della mortalità nel nostro Paese e sostenendo a gran voce che fosse necessario distinguere tra “morti per Covid” e “morti con Covid”. Tale contrapposizione era stata resa possibile delle difficoltà di tracciamento del virus nella prima fase della pandemia, che spesso restituiva ai cittadini un quadro non del tutto veritiero di quanto stesse accadendo nel nostro Paese, fornendo argomentazioni adeguate allo zoccolo duro dei negazionisti. Proprio la fumosità di quei dati, anzi, sarebbe, secondo gli esperti, alla base della differenza colossale di numeri fatti registrare tra la prima ondata della scorsa primavera e la seconda dell’autunno, in cui tante sono state le persone che si sono stupite delle apparenti minori restrizioni nonostante dati di contagio superiori fino a quattro volte rispetto a quanto avvenuto nella prima parte dell’anno.
In ogni caso, a togliere i dubbi relativi al dato sull’incidenza del Covid-19 sulla mortalità nel nostro Paese, interviene il report che l’Istituto nazionale di Statistica ha realizzato in collaborazione con l’Istituto Superiore di Sanità nel corso del 2020 che, completo finalmente dei dati relativi al mese di dicembre, espone con chiarezza tutti i dati che sono stati per mesi oggetto del contendere nella nostra Nazione.
Diciamo subito che nel 2020, in Italia, sono morte 746.146 persone, 100.526 (o il 15,6%) in più rispetto alla media fatta registrare tra il 2015 e il 2019. Un dato impressionante non tanto per il numero in sé, quanto per la spettrale somiglianza con il dato complessivo dei decessi per Covid-19 dall’inizio delle pandemia. Qualcuno obietterà (a buon diritto) che il report dell’ISTAT prende in considerazione il solo anno solare 2020 e che, pertanto, sarebbero da considerare solo i 75.891 decessi causati da Covid registrati dall’ISS nei 366 giorni dello scorso anno (che, ricordiamo, era bisestile).
Una differenza che l’ISTAT stesso spiega proprio con i decessi sfuggiti al quel sistema di tracciamento dei contagi non ancora ben oliato cui facevamo riferimento in precedenza.
Le tabelle ISTAT scendono poi nel dettaglio della distribuzione dei decessi, rivelandoci che la maggior parte di essi si sono concentrati nel Nord Italia dove, durante la prima ondata, si è registrato un aumento complessivo della mortalità anche più che doppio rispetto agli anni precedenti (in Lombardia +111,8% nel periodo febbraio-maggio), un dato che si è poi appiattito (ma comunque non normalizzato) durante l’estate per poi risalire (benché in maniera più contenuta) con la seconda ondata dell’ultimo trimestre dell’anno.
Scendendo nel dettaglio della nostra regione, in Calabria l’aumento percentuale dei morti rispetto alla media degli anni precedenti è stata di 6,1 punti, il dato più basso dopo quello della Basilicata, che si spiega non solo con il minore impatto che la pandemia è riuscita ad avere sul nostro territorio, ma anche con una maggiore calo dei decessi per cause diverse da Covid-19 che, complice il maggior tempo trascorso in casa e le maggiori attenzioni prestate nella tutela del nostro corpo, ha compensato (da noi in maniera più evidente che altrove) l’impatto che la pandemia ha avuto sulle nostre vite. Un dato che, annuncia l’ISTAT a conclusione del suo report, potrebbe avere una maggiore incidenza sui dati della mortalità del 2021 in corso.

Foto: ilpost.it

Redazione

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