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Costume e Società

Crescita al buio e riti pasquali

Di Luisa Ranieri

Locri: siamo in terra greca e, se analizziamo gli attuali riti legati alla Pasqua Cristiana, non possiamo non ricollegarne alcuni aspetti a quell’antica cultura che ha permeato di sé tutto il Mediterraneo.

Vita e morte nell’antica Grecia

Il popolo dei Greci amava la vita, amava la luce, amava il sole e viveva l’esistenza in tutta la sua pienezza nel mondo di qua, nel mondo dove c’è la luce, dove c’è l’amore e dove si può trovare la gloria.
Il mondo dell’aldilà, al contrario, era grigio, situato lontano, ai confini dell’oceano, tra le nebbie, oltre il paese dei Cimmerii sui cui abitanti “mai… il sole splendente guarda coi raggi”, un paese dove i “mortali infelici” vivono una vita che non è vita: senza luce, senza amore, senza gioia e contentezza alcuna.
Abbiamo conferma di tutto ciò nell’Odissea, precisamente nel dialogo che intercorre  nell’Ade tra due grandi eroi, uno vivo e l’altro morto.

L’incontro tra Odisseo e Achille

Divino Laerziade, ingegnoso, Odisseo,
ah, pazzo! Che altra fatica maggiore mediterai nell’animo?
Come osasti scender nell’Ade, dove fantasmi
privi di mente han dimora, parvenze d’uomini morti?
Così parlava ed io rispondendogli dissi:
«Oh, Achille, figlio di Peleo, fortissimo tra gli Achei,
venni per bisogno a Tiresia, se qualche consiglio
mi desse, come in Itaca petrosa verrò…
Perché non ho ancora toccato l’Acaia, la mia
terra non ho raggiunto, ma sempre ho travagli. Ma di te, Achille,
nessun eroe né prima né dopo più felice:
prima da vivo ti onoravamo come gli dei
noi Argivi e adesso tu signoreggi tra i morti,
quaggiù, perciò d’esser morto non ti affliggere, Achille”…
Io dicevo così; e subito rispondendomi disse:
Non lodarmi la morte, splendido Odisseo.
Vorrei essere bifolco, servire un padrone,
un diseredato, che non avesse ricchezza,
piuttosto che dominare su tutte le ombre consunte.”

(Odissea,Libro VI, traduzione di Rosa Calzecchi Onesti)

Il mito di Mirra e di Adone

Nell’antica concezione greca c’erano due forze a cui gli uomini non potevano opporsi, pena punizioni tremende: quella degli dei e quella dell’Amore, come ci racconta il Mito di Adone, l’infelice figlio della giovane Mirra, spinta da Afrodite a innamorarsi del padre Cinira e ad avere con lui, fingendo di esserne la moglie, un intenso rapporto erotico. Ma, dopo dodici notti di tale incestuoso amore, Cinira si accorse dell’inganno e cacciò la figlia dalla reggia, inseguendola con un coltello per ucciderla. Per sfuggire al pericolo, la ragazza si mise sotto la protezione degli Dei che, impietositi, la trasformarono nell’albero della mirra, sacro ad Afrodite, la dea dell’amore.
Dopo dieci mesi, la corteccia dell’albero si sollevò e ne nacque un bambino, il bellissimo Adone. Afrodite, commossa dalla di lui perfezione, lo raccolse e lo consegnò a Persefone, la dea degli Inferi, perché lo allevasse. Ma anche quest’ultima si invaghì di lui, che intanto era divenuto giovinetto, e non volle restituirlo ad Afrodite. Intervenne allora Zeus a risolvere la contesa: Adone avrebbe vissuto un terzo dell’anno con Persefone, un terzo con Afrodite e un terzo con chi avesse voluto lui.

La morte di Adone

Ma Adone amava vivere sempre due terzi dell’anno con Afrodite (detta anche Cipride, Citerea, Pafia) e un terzo con Persefone. Divenne un abile cacciatore e trascorreva le sue giornate inseguendo per i boschi dell’Ellade la selvaggina finché, un giorno, la dea della caccia Artemide non lo colpì, per motivi rimasti ignoti, scagliandogli contro un feroce cinghiale che lo azzannò mortalmente al fianco.

Il lamento per la morte di Adone

Compiango Adone: “È morto il bell’Adone”
“È morto il bell’Adone” riecheggiano
gli Eroti al pianto. Mentre lui giace
sui monti ed a Cipride crudo dolore
porta poiché lieve spira ed atro
sangue le nivee carni gli percorre,
e gli occhi suoi perdono luce,
e la rosa gli sfugge dalle labbra,
su quelle labbra sulle quali muore
pure di Cipride il bacio
che Adone più non può sentire”

“Ahi, Citerea” lamentano gli Eroti
Ed i monti e le querce: “Ahi, Adone”
riecheggiano e l’acqua dei fiumi
allo strazio della Dea triste si mischia,
e le fonti per Adone sui monti
lacrime versano, i fiori per la pena
si arrossano mentre la Dea
con disperazione per balze e valli
gridando corre: “Ahi, Citerea,
è morto il bell’Adone”…

E le braccia tendendo lo implora:
“Rimani, Adone. Sventurato Adone,
rimani che per l’ultima volta
ti accarezzi, che ti abbracci
e le mie labbra con le tue congiunga.
Destati, Adone, e per l’ultima volta
baciami, tanto baciami
che con quest’ultimo bacio
per sempre in me tu viva…

Ma tu fuggi lontano, Adone,
e vai dell’Acheronte all’odiato
sovrano; ed io, infelice che son Dea
a viver son forzata e a non seguirti

Accogli, Persefone, il mio sposo:
poiché tu sei di me più potente
ed alla fine ogni cosa bella
a te discende”

“…e tutto a terra è un nascere di fiori”

Così Cipride piange e tante
son le lacrime che versa
quanto il sangue che da Adone
al suolo si riversa;
e tutto a terra è un nascere di fiori:
dal sangue la rosa e dalle lacrime
l’anemone si genera.

(Bionedi Flossa, II-I sec. a.C., Il compianto di Adone nella traduzione antologica di Luisa Ranieri)

I “Giardini di Adone”

E, per onorare quelle lacrime trasformate in anemoni e quel sangue trasformato in rose, gli antichi Greci ricorsero ai Giardini di Adone, vasi, in genere posti nei luoghi riservati al culto di Afrodite, in cui interravano i semi di pianticelle che, man mano che la primavera procedeva, prendevano forza e vita.

Resurrezione

Nella Locride (e nei paesi mediterranei di origine greca) il mito di Adone vive ancora, seppur trasformato in rito cristiano.
Nei giorni che precedono la morte di Cristo, infatti, le famiglie spargono in ciotole con alla base dei lini imbevuti d’acqua, dei semi di lenticchie e/o di grano che lasciano poi, per giorni e giorni, al buio. I semi germogliano nell’oscurità, ma gli steli  che ne vengono fuori sono bianchissimi e deboli, quasi cadaverici.
Nei giorni precedenti la Passione, tali ciotole, rallegrate da anemoni e altri fiori di campo e/o da foglietti contenenti preghiere, vengono portate nelle chiese, in una zona detta del Santo Sepolcro, dove, tra i veli, viene celato il Calice contenente l’Eucarestia e dove i fedeli si recano a pregare per tutto il periodo della morte di Cristo.

I sepolcri di Locri

Pasqua di Resurrezione

Stando tanti giorni esposti nelle Chiese del Sud, dove entra sempre vivida la luce, i bianchissimi e deboli germogli a poco a poco prendono forza e colore.
Giungiamo così alla Domenica di Pasqua: Resurrexit Christus e con lui la vita tutta.

“Rinascerò, rinascerai”

E, come dice Roby Facchinetti nella sua canzone dedicata ai morti di Bergamo, ci sarà anche per loro, per le città e per gli uomini già colpiti dal morbo ma anche per tutti noi che ci ritroviamo ancora imprigionati nelle maglie soffocanti dell’attuale  pandemia, una Resurrezione dall’attuale male.

Tratto da Racconti inediti, 25 Marzo 2021

Redazione

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