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Ettore Castagna e la mitologia calabrese: un retaggio culturale che invita all’amore

Di Luisa Ranieri

La letteratura,
come tutta l’arte,
è la confessione
che la vita non basta.

Fernando Pessoa

No, la vita da sola non basta.
Per essere capita, essa deve essere raccontata: in prosa, in versi, in musica, in pittura, in scultura e in tutte le altre forme d’arte.
Solo così si riesce a comprenderla ogni volta, un poco ma mai del tutto perché essa, come il vento e il fuoco, non è mai uguale a sé stessa ma è sempre variabile e diversa.
Ed ecco la mia proposta di un viaggio tra i libri (contemporanei, ma non solo) per scoprire quella che, secondo me, è la principale funzione della letteratura: dare, partendo da prospettive diverse, una possibile interpretazione della vita e provare a farne storia.
Alla luce di questa impostazione, propongo di prendere in esame, di volta in volta,  uno o più testi, cominciando oggi con due romanzi dell’antropologo, scrittore e musicista contemporaneo Ettore Castagna:

  • Del sangue e del vino (Rubbettino, 2016)
  • Della Grecìa perduta (Rubbettino, 2020)

Già dai titoli possiamo notare quanto le due opere siano strettamente interrelate: a introdurre entrambe ci sono, infatti, le preposizioni articolate del, della (l’antico de + ablativo latino) che ci pongono di fronte a due trattati in forma di romanzo che hanno come fine metaforico quello di parlare del Sangue e del vino il primo e della Grecìa perduta il secondo e come fine pratico quello di introdurci alla conoscenza più profonda dell’antico substrato greco e grecanico della zona sia montana sia marina del Reggino e della Locride: in poche parole, dell’intima relazione che lega l’uomo all’ambiente naturale e sociale che lo circonda.

Del sangue e del vino

Dimitri (Sacro a Demetra) e Agati (Buona) profughi da Creta sotto l’incalzare dell’efferata violenza dei Turchi, nel 1668 sbarcano casualmente in quella zona della Calabria ionica e aspromontana che era già abitata da altri Greci, profughi come loro anche se in epoche precedenti.
A far da collante tra le due opere è la figura di Antonino (Fiore), nipote di Dimitri e Agapi, nato dalla loro figlia Caterina (Pura) che viene brutalmente ucciso da una guardia spagnola su istigazione del prete locale, avverso a coloro che, in quanto greci, erano i portatori silenziosi dell’antico Culto Ortodosso che, per accordi politici in alto loco, doveva essere assolutamente eliminato per lasciare spazio alla sua  latinizzazione.
Il ragazzo, ritrovato dalla madre dopo lunghe e disperate ricerche, viene da lei sepolto in un palmento che, miracolosamente, viene irrorato da un perenne, profumato e misterioso vino.
Si tratta di un racconto appassionante, altamente lirico e, in alcuni punti, brutalmente realistico.
Ecco, infatti, che la natura ci parla attraverso il canto delle caverne o delle bianche pietre del Leucopotamo, si popola di figure mitologiche come le anaradi o di demoni tentatori che assomigliano agli antichi satiri, mentre gli uomini agiscono spinti da passioni distruttrici che, in puro stile da tragedia greca, culminano in orribili vendette e terrificanti assassinii.
Ma, dopo tanto strazio, ecco la catarsi salvifica che, col sangue tramutato in vino, ci fa trascorrere dall’antica prospettiva greca, del tutto terrena, a quella nuova, terrena e celestiale insieme, del messaggio di Cristo capace di trasformare la morte in vita. 

Della Grecìa perduta

Il giovane Nino, nel 1810, dopo più di cento anni si sveglia dal lungo sonno con la mente, però, tutta bianca, una tabula rasa su cui saranno la vita e l’esperienza a tracciare i segni e a dare la direzione.
Egli, guidato dal suo Dragumeno (Colui che, non visto, tutto vede e tutto sa) e dallo spirito della madre morta (SpichiTiMmanaTu/Su = Spirito della Mamma Tua/Sua), impara che cos’è la Grecìa, quali sono i suoi riti e le sue abitudini. E noi con lui impariamo quali sono le canne adatte a essere tagliate per ricavarne strumenti da suono, come si deve procedere nell’oro dorato di un campo di grano, con i falciatori avanti e i raccoglitori dietro, perché la radice, datrice di vita, non venga distrutta, impariamo come si costruisce un forno e come si fa il pane, come si deve accogliere degnamente un forestiero perché dietro di lui c’è sempre la divinità e come si debba sempre celebrare la vita attraverso la musica, il canto e la danza.
E, per imparare, il ragazzo deve sempre camminare, incontrare la natura del Mare e quella della Montagna, fare conoscenze dalla forte carica umana come quella col Brigante Roso e altre che di umano non hanno niente come quelle dei ragazzacci che, credendolo stupido e inutile perché diverso, gli incendiano la tenda in cui ha trovato riparo.
Fino a che non fa l’incontro decisivo, quello col cognato di Napoleone Bonaparte, Gioacchino Murat, che vorrebbe una Calabria migliore e viene, invece, condannato a morte dai Borbone proprio a causa di una delazione calabra e che, pur morto, dopo trecento anni, tornerà anche lui in vita (“Gioacchinu-ninu-ninu”. “Tu sei un’anima antica, di quelle che non muoiono mai del tutto ma tornano alla vita e dopo tre, cinque, sette vite se ne vanno definitivamente al Padreterno”).

Due romanzi potenti, coinvolgenti che racchiudono in sé la vera anima della Calabria e che dovrebbero essere conosciuti a tutti i livelli, a partire dalle scuole per arrivare a  coloro che, non sapendo niente di questa terra, si arrogano il diritto di darne giudizi  approssimativi e tracotanti.
Coinvolgente, oltre che interessante, è la lingua usata dall’autore nelle due composizioni, permeata com’è da vocaboli grecanici la cui traduzione viene intercalata naturalmente nel testo: “E (Ciccu Rromeu) pianse di una maniera disperata che si stringeva il cuore a vederlo, veniva la cardacìa. Così si diceva una volta da quelle parti. La cardacìa. Il cuore fatto piccolo, stretto. Dal dolore” (Del Sangue e del vino, pag 141).
Due libri nati dall’amore per il retaggio culturale della propria terra e che spinge allo stesso amore chi ancora non lo conosce.

Redazione

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