Costume e Società

Il Fiume Sagra e i Bronzi di Riace

Di Giuseppe Pellegrino

Il Fiume Sagra si chiamava così anche prima della vittoria contro i Kròtoniati? E, soprattutto, dove era ubicato?
Intanto, una particolarità: il fiume viene chiamato al femminile, come ci dice Strabone. Nella nostra realtà storica i fiumi sono tutti maschili, con qualche eccezione come la Dora Baltea. Anche nella logica dei Greci, il fiume aveva, per così dire, connotazioni maschili.
Dice Strabone:

Più in là di Locri scorre il fiume Sagra, che viene chiamato al femminile. Qui sono situate le Are di Castore e Polluce. Presso le quali diecimila locresi, in uno con i Reggini, contro i Kròtoniati nel numero di 130.000 con il favore di Marte, ne uscirono vincitori. Dall’evento è nato un proverbio contro gli increduli: sono cose vere come quelle successe presso la Sagra.

Dunque, Strabone ci da due notizie: il fiume è chiamato al femminile; nel luogo erano state erette le Are a Castore e Polluce.
Seconda particolarità: i nomi che più hanno dato lustro al territorio di Locri sono rimasti intatti nei secoli e pronunciati con dizione più che corretta. Il Dromo è una parola greco-bizantina che sta a indicare la strada principale di una città-stato. In dialetto, infatti, si dice u Dromu, correttamente al maschile. Il promontorio di Zeffirio è sempre stato pronciato Zeffirio e non Epizefiri, perché chi utilizzava la dizione sapeva bene la differenza. Zeffirio era il promontorio; Epizefiri era la pòlis sita presso Zeffirio (Epì-Zephiros).
Del Fiume Sagra non vi è traccia nella memoria locrese e calabrese. Eppure, qui si combatté la battaglia più celebre e celebrata della antichità. Perché?
A nostro parere, punto di partenza deve essere obbligatoriamente la delimitazione del territorio di Caulonia. Come osserva Graziano Racco, a dar retta a tutti gli storici, si finisce a commettere errori non di poco conto. Osserva lo scrittore:

Polibio la colloca genericamente sul mar Ionio; Pomponio Mela“inter Zephirium et Brutium”, Diodoro Siculo poco lontano dal fiume Elori, Scimno di Chio tra Locri e Crotone; Plinio tra Mixtia e il fiume Sagra; Strabone dice: “Dopo il fiume Sagra c’è Caulonia, fondata dagli Achei e chiamata dapprima Aulonia, per la vicina valle”.

Senza addentrarsi in dispute che sarebbero fuorvianti rispetto al tema trattato, un primo punto di partenza è sicuramente questo: il territorio della greca Kaulon non corri-sponde al sito che occupa la attuale Caulonia ma, come Paolo Orsi, prima di ogni altro, ha osservato, è situata in quel territorio che oggi viene chiamato Monasterace Marina. Peraltro l’esatta ubicazione viene data da Antonino Augusto Maritimo nel suo Itinerario, che la colloca esattamente con le distanze da Kròton, Reghion e Locri. L’attuale città di Caulonia deve il suo nome agli errori di molti storici, tra i quali Gabriele Barrio e Giovanni Fiore da Cropani che, nel suo Della Calabria Illustrata, confonde la città di Castelvetere con l’antica Kaulon. In forza di tale errore, nel 1863, la città di Castelvetere si appropriò del nome di Kaulon. Con il che fu complice di due, per così dire, oscenità: favoreggiò l’usurpazione del nome a Monasterace Marina e, secondo alcuni, fece dimenticare l’antico nome della città, che era Lepanto. Ma di tale denominazione l’autore confessa di non avere trovato conferma da nessuna parte.
L’origine di Kaulon è Achea, la polis vienefondata dopo Kròton e, forse, in contemporanea con Locri, con la stessa Kròton, per come dicono Pseudo Scimno, Solimo e Stefano di Bisanzio, fondata forse dagli Achei guidati da Tifone da Egio. Alcuni favoleggiano che la città fu fondata dagli Aschènazi.
La polis ebbe il periodo di massimo splendore, stranamente, dopo la battaglia della Sagra. Stranamente, perché la propensione politica della polis, fino allora, verso Kròton non era nascosta, seppure non vi sono notizie di un suo coinvolgimento nella guerra contro Locri. Forse, le distanze tenute nell’occasione furono provvidenziali.
Delimitato, seppur sommariamente, il territorio di Kaulon e la sua origine, al fine di cercare di risolvere il problema, occorre fare altre considerazioni, in apparenza estranee al tema, ma che riteniamo vitali.
La leggenda vuole che alla battaglia della Sagra abbiano partecipato i Dioscuri. Anzi, la vittoria fu proprio assicurata dai due gemelli che, su lati opposti del fiume, hanno aggredito i Kròtoniati. Pompeo Trogo, e per lui Giustino, Strabone, Cicerone, fino ai più recenti Girolamo Marafioti e Giocchino da Fiore, affermano che, dopo la battaglia della Sagra, i Locresi decisero di costruire due are votive e di consacrare il luogo ai Dioscuri. Dei monumenti non vi è traccia (o forse non vi era, come si accennerà appresso) ma, dall’insieme, si può arguire che, dopo la battaglia, i Locresi decisero di dichiarare Luogo Sacro quello in cui si svolse la battaglia. Invero, il vocabolo Sagras, in greco, non significherebbe niente se non si va alla sua radice. Emilio Barillaro nel suo Calabria – Guida Artistica e Archeologica (Pellegrini Editore) sostiene che il vocabolo è di origine bizantina (Sekròn), ma si ferma poi nel sefinire il suo significato. Ma la parola Sagra trova il suo etimo vero nel greco Sek, radice della parola Sekòs, che significa recinto sacro, tempietto, cella del nume e anche recinto sepolcrale. Come si vede tutto torna, poiché tutte le parole vanno bene e assecondano il significato del fatto storico. Poi si finì per indicare in uno anche il fiume. Ma con la scomparsa delle Are Votive, la parola non aveva significato alcuno, per cui il fiume fu indicato con il suo antico nome.
Rafforza la tesi il fatto che la parola Sagra,sia nell’origine greca sia in quella successiva latina e anche italiana, è sostantivo femminile, che sta ad indicare la consacrazione di un luogo,poi per essa, con l’avvento del Cristianesimo, la parola ha avuto il carattere estensivo della consacrazione di una chiesa e, per ulteriore estensione quello di festa popolare. Dunque, non fu mai nomato Sagra il fiume, ma l’intera area. Si capisce così, poi, con la perdita della consacrazione, la perdita della memoria storica.
Ancora, da aggiungere altra ipotesi suggestiva che viene offerta da Orazio Lupis e Luigi Malafarina. Nella premessa della ristampa del libro dell’abate Orazio Lupis, La Magna Grecia, edito nella seconda metà del ‘700, Luigi Malafarina si domanda:

Fu questo tempio (presso il fiume Sagra, ndr.) spogliato da Verre, siccome rilevasi da Cicerone, il quale (Orat. X) nel declamare contro di lui, volti gli occhi ai numi, le cui statue avea violate, e i Templi con sacrilego spoglio profanati?

Il passo va però spiegato, prima della conclusione, e va fatta qualche precisazione. Ciò sotto un duplice aspetto e due aggiunte.
Il primo aspetto, è che occorre rilevare che l’orazione viene riportata volutamente monca ai fini di una più chiara interpretazione. La Verrina è la quinta e, tenuto conto dell’Actio prima, intitolata Divinatio in Q. Caecilium contro, appunto, Quinto Cecilio, è quella che porta come titolo De suppliciis, tutta impostata sulla crudeltà di Verre. Essa contiene molte suppliche agli Dei come testimoni. Il passo richiamato dall’abate Orazio Lupis e commentato da Luigi Malafarina è il seguente

E anche voi, (arbitri e testimoni di tutte le cose pubbliche, delle leggi e dei tribunali, posti sul luogo più solenne del popolo romano), Castore e Polluce, da cui tempio costui si procurò guadagno e bottino disonesto.
(traduzione di Antonia Pellegrino).

L’abate Lupis, come pure Malafarina, non tiene conto dell’inciso messo tra parentesi, ma solo dell’ultima frase. L’operazione è corretta e la frase presa in sé non lascia dubbi.
Il secondo aspetto concerne la Verrina I (Actio secunda: de praetura urbana), passi: 129, 130, 131, 132 e 133. Anche in queste, Cicerone menziona delle ruberie. Specificatamente la 129 così dice:

Cosa dirò, infatti, io delle quotidiane dicerie e lamentele del popolo romano? Che dirò dell’impudentissimo furto di costui, o meglio del nuovo e singolare latrocinio? Che ha osato nel tempio di Castore, celeberrimo e famosissimo monumento – tempio che è posto come spettacolo quotidiano davanti agli occhi del popolo romano, dove spesso viene convocato il Senato, dove si fanno ogni giorno assemblee più volte – e lascia in quel luogo una testimonianza eterna della sua audacia, sulla bocca del popolo romano?
(traduzione di Antonia Pellegrino).

La Verrina continua descrivendo la ruberia che riguarda lavori del Tempio di Castore. Cosa che viene spiegata meglio ai passi 130, 131, 132 e 133. Dall’insieme si capisce che, più che un tempio, si tratta di una sede pubblica di convocazione del Senato dedicato al solo Castore. Si aggiunga che nella tradizione religiosa romana i Dioscuri venivano chiamati semplicemente Castori. Di Polluce non vi è riferimento specifico per la semplice ragione che solo il primo era immortale e dunque un Dio, il secondo invero era stato ucciso. La loro storia fa parte del romanzo.
La prima aggiunta è quella di comparare con fonti contemporanee lo spoglio. Sicuramente Strabone è il più idoneo. Strabone, nel suo Geografia, libro VI, passo 10, non parla di templi spogliati, eppure egli a Locri, se c’è stato, è passato dopo le razzie di Verre. Precisamente, Strabone è nato nel 64 a.C. A Roma, una prima volta, vi è stato nel 44 a.C. La sua opera di geografo della Penisola Italica si è svolta da dopo tale data, forse fino al 30 a.C. Verre le sue ruberie le ha consumate lungo un arco di tempo che si è concluso con le ruberie in Sicilia (73-71 a.C.). Il dubbio che Strabone sia passato nella Locride e visto direttamente tutti i luoghi è dato dal fatto che non descrive i monumenti ai Dioscuri, ma semplicemente afferma che sul fiume Sagra ci sono gli altari dei Dioscuri. Non parla di razzie. Ma di razzie di Verre o di altri, Strabone non parla neppure nel Libro VI, 1-11, neppure nella descrizione della Sicilia. Se ne deve dedurre che l’opera di geografo non teneva conto di minuzie, ma solo di grandi notizie storiche. Nessun dubbio che i soli altari vi erano anche all’epoca di Strabone, ma spogli delle ricchezze e delle statue.
La seconda aggiunta va fatta con riferimento alla IV Verrina (Actio seconda: de signis). In essa, Cicerone parla di Messina e dell’apporto della città dato alle ruberie di Verre, dicendo:

Ebbene questa città (Messina) fu proprio una Faselide per codesto ladrone e pirata siciliano; qua da ogni parte si raccoglievano tutte le prede, presso costoro si lasciavano; (quelli) tenevano appartato e nascosto ciò che si doveva nascondere; per mezzo di costoro curava di imbarcare nascostamente, di esportare furtivamente ciò che voleva; in una parola commise a questi che gli costruissero una nave grandissima per mandarla in Italia carica di oggetti rubati”
(
Traduzione Giovanni Livulpi, 1926).

Per migliore comprensione si chiarisce che Faselide era una città della Licia divenuta, nel I secolo a.C., un covo di Pirati.
Se ne deduce che Verre nascondeva a Messina ciò che rubava altrove e in Italia ciò che rubava in Sicilia. La parola Italia all’epoca di Cicerone, senza entrare nella diatriba dell’uso del temine in senso lato per tutta la penisola italica, descriveva la circoscritta penisola che a nord vedeva Lao (Diamante) e Taranto e, a sud, lo Stretto di Messina.
Verre dunque è ipotizzabile che spogliò pure i Templi dei Dioscuri. Il tentativo di asportare dal fiume Sagra e statue del Tempio fallì miseramente per due ragioni, entrambe intuitive, ma probabili: il trasporto di oggetti così pesanti era difficile per terra e per mare; la seconda ragione è la fretta per la reazione dei locresi e la decisione di gettare tutto in acqua e scappare. D’altronde altre ipotesi non sono realistiche.
Confessiamo che, dopo tante ricerche, e non pochi sopralluoghi sullo Stilàro, è maturata anche in noi la convinzione, come nell’abate Orazio Lupis e Luigi Malafarina, che i Bronzi di Riace siano stati sottratti presso il Fiume Sagra dal Tempio di Castore e Polluce. Anche la posizione dove sono stati ritrovati (Riace) ha una sua logica se si pensa che Verre fu Propretore in quella Sicilia, che dissanguò nel 73-71 a.C., epoca della razzia, a sentire Cicerone.
Questa tesi ha un supporto storico indiscutibile: Cicerone accusa Verre di avere derubato Locri al Tempio della Sagra delle sue statue. Statue che rappresentano guerrieri. Storicamente è provato che era in uso presso i Greci offrire come dono votivo statue rappresentanti eroi mitici, che venivano dette donari (doni votivi). La loro stessa nudità è in rapporto alla loro funzione sacra. Le stesse statue in marmo proveniente dall’isola di Paros, nel mar Egeo, trovate in contrada Marasà dei due gruppi speculari raffiguranti Castore e Polluce, depongono in tal senso.Della ruberia, il Retore romano è testimone, se non diretto, contemporaneo. Verre non si difende. Tanto è vero che dopo tutte le accuse per le ruberie fatte, il Propretore decide da solo per l’esilio. Si aggiunga che la datazione delle due statue è del VI-V secolo a.C.
Invero, alla luce delle leggende sulla Sagra si potrebbero anche azzardare il nome di uno dei guerrieri. Ma al momento riteniamo di doverci fermare.

Foto: turismo.reggiocal.it

Redazione

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