Costume e SocietàLetteratura

Il Baratto come metodo di commercio

La Repubblica dei Locresi di Epizephiri LXXX


Edil Merici

Di Giuseppe Pellegrino

L’utilizzo del metallo, lavorato in anelli di rame, sembra che sia entrato in uso in Asia minore attorno al 1770- 1600 a.C. come forma di scambio. Una pittura murale del XV secolo a.C., rinvenuta nei pressi di Tebe, ci testimonia l’utilizzo dell’anello monetario in Egitto. Ma il ricorso all’argento e all’oro come moneta ha origine religiosa, se già nel III millennio a.C. i sumeri prima e i babilonesi dopo credevano che l’argento, per il suo colore opaco, fosse sacro alla divinità lunare, mentre l’oro, con i suoi bagliori di fuoco, fosse sacro alla divinità solare. Si aggiunga che si cominciavano ad apprezzare le qualità dei due metalli, che erano particolarmente ricercati per l’inattaccabilità rispetto ai processi d’ossidazione, lucentezza e malleabilità.
Importante è determinare il sistema di valutazione dei beni, poiché la tassazione non era un’attività discriminata, e ciascuno pagava secondo i beni che aveva e ai quali doveva essere attribuito un valore: il bestiame, certo ma non solo esso. Su Locri non abbiamo fonti dirette, ma è difficile che si distaccasse dalle altre poleis greche come sistema di valutazione, perché aveva una ricchezza inestimabile come l’abete bianco e l’abete rosso, che certamente nel commercio extra territoriale aveva la sua ragion d’essere, non essendo utilizzato solo ai fini delle necessità locresi, ma di tutte le civiltà del Mediterraneo. Se in tarda età, i due terzi delle navi che solcavano il Mediterraneo erano costruite con legname e pece locrese, è chiaro che il valore della merce doveva essere raffrontato con la ricchezza da barattare. Siccome non vi era al tempo la moneta, né un sistema unitario di valutazione dei beni, è ipotizzabile e corretto pensare che comunque ci fosse un sistema di valutazione pece/abete contro metalli, pece/abete contro bestiame pece/abete contro qualsiasi altra ricchezza, per non parlare delle triremi già costruite.
Nel civiltà mediterranea si utilizzava principalmente il bestiame come strumento di equiparazione. La nostra lingua mantiene ancora oggi tracce di questa epoca storica, a esempio il termine capitale deriva dal latino caput cioè testa o capo di bestiame. A sia volta il termine pecunia, cioè denaro, deriva da pecus, ovvero gregge, dal quale deriva anche il termine peculatum, furto di bestiame. Gli studiosi linguisti sono andati oltre, arrivando a identificare la radice di origine indo-europea peku che significava ricchezza mobile personale e solo in seguito il termine pecus fu usato per indicare i beni personali mobili dei pastori, le pecore appunto.
Varie testimonianze storiche dimostrano come venissero equiparati tra loro bestiame, schiavi e altri oggetti. Già avviene, ad esempio, nell’Iliade di Omero in cui, in occasione dei premi proposti da Achille nelle gare di tiro con l’arco, una schiava che sapeva lavorare bene viene 4 buoi, un grande tripode di bronzo 12 buoi, una lancia e un abete valeva un bue, mentre in generale, per i cambi, una mucca era cambiata a 10 pecore.
L’uso del bestiame come unità di misura aveva però le sue controindicazioni. Con lo sviluppo del commercio, le maggiori esigenze e i frequenti spostamenti delle popolazioni, questo semplice strumento di conto e di scambio iniziò a essere inadeguato e laborioso. Se sulle grandi quantità era possibile arrivare a un compromesso, nei piccoli commerci l’oggetto di scambio non si equiparava al valore minimo di un animale. Non è infatti facile girare con due pecore nel portafoglio, e non sempre si hanno 20 galline da dare in resto! Per cui bisognava trovare uno strumento che consentisse scambi più modesti.
Un chiaro esempio di baratto ci viene offerto dai cartaginesi, popolo di commercianti per eccellenza, che si munì tardi della moneta, preferendo nei suoi commerci con le popolazioni atlantiche della costa dell’Africa, il baratto silenzioso. Ecco come lo descrisse Erodoto (IV, 196):

Arrivati in prossimità delle coste sbarcavano le merci e le disponevano in bell’ordine sulla spiaggia. Tornando a bordo accendevano un fuoco; gli indigeni, vedendo il fumo, andavano sulla spiaggia e depositavano una certa quantità di oro in cambio delle merci. I mercanti tornavano e se l’oro deposto soddisfaceva le loro aspettative lo caricavano sulla nave e se ne andavano; altrimenti non toccavano nulla ed aspettavano che gli indigeni aggiungessero altro oro per aumentare l’offerta o lo portassero via per rinunciare.

Questa la situazione del baratto. Ma all’epoca di Zaleuco la moneta esisteva. Quindi il divieto fu una sua decisione o una decisione politica della Dàmos tutta.
Ora, la moneta come fonte di corruzione è antica e alla stessa legati molti episodi di violenza e di potere. Esemplare è quella di Megara, Cittadina della Grecia orientale, nell’Attica. Nell’antichità fu il centro politico della regione compresa fra l’istmo di Corinto, l’Attica e la Beozia (Megaride). Siamo all’incirca nel 617 a.C. Da qualche tempo, la polis soffre dei condizionamenti di un gruppo di persone che possiedono una grande quantità d’oro e d’argento. Lo usano per comprare terre e, soprattutto, bestiame in gran quantità: quasi un terzo di tutto il territorio.

Foto: amando.it


“Birra”

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