Costume e SocietàLetteratura

In lotta contro il Dominio

Di Mario Staglianò

C’è una guerra reale, quella dei ricchi contro i poveri, che viene raccontata in un libro molto importante uscito per Feltrinelli che si chiama Dominio, scritto da Marco D’Eramo, giornalista, saggista e osservatore molto acuto. In questo testo D’Eramo racconta di come, negli ultimi 50 anni, sia stata portata a termine una gigantesca rivoluzione dei ricchi contro i poveri, dei padroni contro i sudditi, dei dominanti contro i dominati. Una rivoluzione avvenuta senza che ce ne accorgessimo, una rivoluzione invisibile.
Si parte dalla figura di Olin, un industriale del Midwest statunitense, che aveva una fabbrica di soda e di Winchester. Un uomo molto ricco che aveva creato una fondazione che faceva le solite opere benefiche. Fino a che, nel 1969, lesse che un gruppo di studenti neri di Black Panther era entrato, con i fucili in mano, nel rettorato della Cornell University, da lui frequentata, per occuparlo. Questo lo aveva indignato, in quanto aveva capito che le cose, dal suo punto di vista, erano degradate a tal punto da riconvertire la propria fondazione per riprendere in mano un sistema educativo e sociale che sembrava sfuggito al controllo.
La fine degli anni ‘60 è il momento in cui i grandi capitalisti americani si rendono conto di aver perso l’egemonia. Le guerre dei ricchi contro i poveri ci sono sempre state ma, in questo caso, quello che è avvenuto è diverso. È una guerra ideologica dei ricchi contro i poveri nel momento in cui i potenti si sono resi conto che stavano perdendo l’egemonia, ossia il controllo della narrazione della società. Per contrastare ciò hanno scatenato una controffensiva di idee usando gli strumenti concettuali che avevano imparato dalla sinistra, dai propri avversari.
Questo libro si occupa molto degli Stati Uniti, dato che sono il luogo da cui si è diffusa una rottura – che l’autore chiama filosofica ed epistemologica – che è quella che riguarda il concetto stesso di mercato di cui il liberismo aveva un’idea, classica, e che il neoliberismo cambia completamente. In questo caso il concetto chiave diventa la concorrenza come ideale da raggiungere. Insita nella concorrenza, necessariamente, c’è la diseguaglianza, dato che c’è sempre un vincitore e c’è sempre un perdente. Il capitale umano è quello di cui uno dispone per guadagnare. Ad esempio, per ottenere reddito, uno che sa molte lingue ha come capitale umano le lingue che sa. Questa idea del capitale umano dipende dal fatto che ogni persona esiste come un imprenditore di se stesso. Il concetto fondamentale, nel neoliberismo, non è tanto il mercato, dato che nel mercato le persone si scambiano le cose essendo, più o meno, uguali. Nella competizione il competitore è l’imprenditore di se stesso. Questa idea che uno sia l’imprenditore di se stesso è l’idea che è cambiata completamente dal liberismo classico al neoliberismo moderno. Generalmente si sbaglia perché si pensa che il neoliberismo di Chicago, dei monetaristi, sia una forma estrema del liberalismo classico, invece è proprio un’altra cosa.
Questo avviene, soprattutto, con l’idea che non ci si possa aspettare niente di positivo e di buono dalla collettività, da ciò che è comune, dal pubblico, dallo Stato e dal Governo. Tutto questo avviene cercando di privatizzare il più possibile le scuole, parliamo degli Stati Uniti naturalmente, o il sistema sanitario. Quella che, pian piano, prende piede è una concezione privatistica del bene comune. Come è potuto accadere tutto ciò, in fondo, così rapidamente?
Ci capita di pensare al riscaldamento globale, che si alza il livello degli oceani o che aumentano le diseguaglianze e simili. Tutti questi fenomeni sembrano far parte del destino o che siano naturali, non avendo mai un autore o qualcuno che li produca, invece c’è qualcuno che li ha prodotti e qualcuno che li ha subiti. Per questo l’autore parla, nel libro, di guerra, dato che c’è stata un’enorme controffensiva ideologica. Le destre, i militari, tutti usano tranquillamente la parola ideologia e, usandola, ne conoscono l’importanza, mentre gli altri, quando la usano, diventano rossi o balbettano o provano vergogna. La ragione di ciò, per l’autore, è data dal fatto che hanno perso dato e che l’ideologia che ha vinto è quella degli altri. In generale la sconfitta consiste nel fatto che chi ha perso adotta, senza accorgersene, le idee di chi ha vinto. Prendiamo il caso delle pensioni. Sta passando, e si sta consolidando, il pensiero che le pensioni siano un sistema arcaico di retribuzione. I giovani che oggi hanno 25 o 30 anni credono a questa idea, e si pensano imprenditori di sé stessi: quando fra trent’anni si ritroveranno senza pensione e in mezzo a una strada, cosa faranno? Sono questi i meccanismi silenziosi che stanno rubando il futuro alle nuove generazioni. Fino a quando un uomo può continuare a essere imprenditore di sé stesso?
Tutto questo è avvenuto attraverso vari passaggi, scrive l’autore, ad esempio imponendo agli Enti pubblici di comportarsi come una ditta privata assumendone il modello d’impresa ma, soprattutto, con l’idea di considerare ogni azione collettiva inutile e ogni azione individuale ed economica utile. È un rovesciamento di prospettiva che fin qui non sembrava mai essersi verificato. Ciò è implicito nell’idea della concorrenza, dato che i concorrenti non collaborano tra di loro, dato che nell’idea di competizione c’è l’idea che ognuno è solo ed è solo contro tutti. La seconda cosa è che se uno ha il capitale umano lo deve far rendere, perché non ha niente a che vedere con il capitale altrui. Questa storia è molto interessante perché significa che siamo tutti capitalisti: il lavapiatti che ha la partita IVA a 700 euro al mese così come Jeff Bezos o Mark Zuckerberg. Sono tutti capitalisti e, quindi, l’immigrato che affonda e muore è un capitalista che fa bancarotta avendo calcolato male il rischio del proprio investimento. In tutto ciò è chiaro come non ci sia spazio per la cooperazione.
Il dominio, oggi, non viene più esercitato nelle forme disciplinari di un tempo dato che, una volta, il modello era l’esercito o la prigione; era l’inquadramento. Oggi, invece, il dominio viene esercitato attraverso il debito e la sorveglianza e il debito ti lascia solo. Mentre uno, quando è in fabbrica, è solidale con il compagno di fabbrica, se si è al fronte si è solidali con gli altri commilitoni e quando si è in classe si è solidali con i propri compagni di classe; se uno è debitore è solo, non avendo nemmeno la solidarietà dei membri della propria famiglia. Questo si è visto benissimo con la Grecia, dato che non c’è stato nessun partito europeo di sinistra che, nel 2011, si sia dichiarato solidale con i greci tutti sperando che non toccasse pure a loro. Questo vale un po’ a tutti i livelli perché la colpevolizzazione del debitore non è solo per i Paesi ma, anche, per chi accende un mutuo per le spese di iscrizione universitaria.
Tutto ciò è paradossale perché, se non esistessero i debitori, non esisterebbero i creditori e, quindi, non esisterebbero le banche e il debito e la cosa che ha fatto partire l’economia 5.000 anni fa. In tutto ciò conta moltissimo la narrativa perché, si dice, l’Italia ha un debito del 200% del Prodotto Interno Lordo anche se conta molto a che cosa serve il debito. Una famiglia che compra una casa a 200.000 euro guadagnando 50.000 euro, in quel momento fa un debito del 400% del sui PIL familiare e nessuno dice niente. Adesso, con la pandemia, tutti i paesi al mondo stanno facendo dei debiti pazzeschi e del debito, in questo momento, non interessa più niente a nessuno. Da ciò si vede che il debito non è una quantità assoluta, ma un rapporto di potere.
In questo rapporto di potere si può inserire il fatto che uno si chiude in casa e, dentro essa, il mondo sia raggiungibile e, con l’ausilio di tecnologie fisse, vede un film o uno spettacolo teatrale o ascolta della musica in un modello di isolamento collettivo insieme. L’uscita delle nuove tecnologie, per un momento, ha fatto immaginare che servissero a far uscire le persone, a metterle insieme in piazza, invece si sono scoperti due fatti. Il primo, implicito in ogni rivoluzione tecnologica, è che tutto ciò che avvicina qualcosa allontana qualcos’altro, dato che se si passa il tempo a comunicare con gente lontana non si avrà più tempo per comunicare con le persone vicine; si hanno rapporti intimi con persone in Australia mentre i vicini di casa sono totalmente sconosciuti. Le tecnologie avvicinano a noi persone lontane nello spazio ma omologhe socialmente, allontanando da noi persone vicine nello spazio ma distanti socialmente.
Con la pandemia, poi, ci si è richiusi in casa con le nuove tecnologie pervasive. Con lo smart working il datore di lavoro ti controlla attraverso la webcam perché tu non perda tempo al computer. Queste forme modernissime di lavoro assomigliano molto a forme arcaiche. La gig economy assomiglia molto al caporalato, in cui l’app è l’equivalente moderno della piazza in cui c’è il caporale che ti prende a lavorare, mentre lo smart working è l’equivalente contemporaneo delle sartine a domicilio che cucivano in casa e non avevano bisogno di andare in fabbrica.
D’Eramo non sostiene che non ci sia via d’uscita. Egli afferma, nel libro, che occorre imparare dagli avversari facendo un po’ di judo ideologico. Nel judo si sfrutta la forza dell’avversario a proprio vantaggio e si sfrutta la propria debolezza a svantaggio dell’avversario.Per contrastare tutto quello di cui abbiamo parlato bisogna imparare dai dominanti. Loro hanno imparato molte cose. Gli attuali dominati devono reimparare che i punti fondamentali sono sempre gli stessi, ovvero: la redistribuzione del denaro, la giustizia e la scuola. Bisogna cominciare a ri-alfabetizzare le persone, mettersi a parlare con loro, fare politica. Non si vince dall’oggi al domani; per la controrivoluzione dei potenti sono stati necessari sessant’anni. Bisogna porsi obiettivi a lungo termine avendo su questo un vantaggio straordinario: loro non offrono alcun futuro, quindi basta riproporre il tema del futuro per mobilitare le persone, basta chiedere cosa faremo tra cinque anni. Nessuno oggi lo sa.

Foto: stefanoratto.it

Redazione

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