Costume e Società

«La morte di Franco Fortugno non è stata vana»

16 anni fa il Vicepresidente del Consiglio Regionale della Calabria Francesco Fortugno veniva assassinato davanti a Palazzo Nieddu del Rio, a Locri. Le autorità e la cittadinanza lo hanno ricordato questa mattina con una cerimonia e una funzione religiosa. Ecco le parole di Monsignor Francesco Oliva.

Di ✠ Francesco Oliva – Vescovo di Locri-Gerace

Desidero invitare me e ciascuno di voi a vivere nella fede e con fede questa tragica pagina della storia del nostro paese. L’uccisione di un uomo onesto, di un professionista serio, di un politico fortemente radicato nei valori sociali e civili ha fortemente segnato la vita della nostra Comunità. Oserei dire: c’è sempre qualcuno che paga per tutti. In questa Eucaristia lo diciamo certamente per il Mistero del Cristo che muore in croce pagando per il male del mondo. Ma vorrei poterlo dire anche nel caso di Franco Fortugno. Il sacrificio della sua vita non è stato vano.
Non vogliamo però ridurre questo momento a una commemorazione di rito. Vogliamo vivere questa memoria facendo tesoro di una tragedia che ha colpito un cittadino impegnato e la sua famiglia. Fortugno ha pagato con la vita il suo impegno per la crescita sociale e civile di questa terra, per il rispetto della legalità in ogni ambito istituzionale. Anche in un importante e delicato settore qual è quello della sanità. Quanti sono impegnati notte e giorno in questo ambito, operano per la vita, per la salute del cittadino che ha diritto ad avere cure adeguate nel luogo ove vive senza dover cercare soluzioni altrove, con aggiunta di altri disagi e costi, che non a tutti sono possibili. Come medico Franco era vicino all’ammalato e alle sue problematiche; sapeva che erano troppi gli interessi che si aggiravano attorno al mondo della sanità: interessi estranei, di ogni genere: economici, politici, di prestigio personale, che portavano alla deriva quel mondo e impedivano di mettere al centro dell’istituzione sanitaria l’ammalato e le sue primarie esigenze. Sotto questo aspetto vorrei poter dire che la morte violenta di Franco Fortugno non è stata vana. Non lo è stata nei tanti medici che hanno sempre a cuore l’ammalato e la sua sofferenza. Non lo è stata in tutto il personale medico-infermieristico che in questo tempo delicato di pandemia hanno dovuto moltiplicare l’attenzione e l’impegno a tutela di malati di Covid-19. Non lo è stata nel contesto ospedaliero in cui hanno dovuto e saputo resistere alle intemperanze di tanti, subendo anche minacce e atti violenti. Non lo è stata per aver suscitato una forte reazione della coscienza civile del nostro popolo: grazie alla sua tragica morte comprendiamo che non è la violenza a risolvere i problemi della nostra terra, che non è eliminando il proprio avversario che si costruisce il futuro personale e comunitario, che non è attraverso la demagogia e il perseguimento dei propri egoistici interessi ma pagando di persona che si contribuisce a rendere migliore il mondo in cui si vive. Che solo attraverso l’onestà e il rifiuto del tornaconto personale possiamo combattere la corruzione e l’illegalità e contribuire alla crescita della libertà e della democrazia.
Quella di Fortugno è una memoria che possiamo (e vogliamo) vivere nella fede, fede nella vita e nella dignità della persona umana sin da questa terra. La Parola di Dio che abbiamo ascoltato attraverso la lettera di San Paolo Apostolo ai Romani ci mette davanti la fede di Abramo, il quale è padre di tutti noi (del resto è scritto: “Ti ho costituito padre di molti popoli”). Abramo è il padre di tutti i credenti, che riceve da Dio “la promessa di diventare erede del mondo, in virtù della giustizia che viene dalla fede”. La fede di Abramo è quella che “dà vita ai morti e chiama all’esistenza le cose che non esistono”. La vita con tutti i suoi valori, le sue attese e speranza, le sue angosce ed i suoi sogni, ha origine da colui per il quale tutto esiste e prende vita.
La fede di Abramo. Quando parliamo di fede, non parliamo solo della mia o della tua fede, ma della fede di Abramo, di Isacco e Giacobbe, della fede di quanti abbiamo incontrato o ci hanno preceduto, di quanti ci hanno lasciato una testimonianza di vita e di amore, di donazione radicale. È la fede nel Dio padre di tutti: una fede che unisce, che fa di noi un popolo santo di Dio, che ci fa guardare oltre noi stessi, oltre le nostre debolezze e povertà, oltre le nostre chiusure, le nostre cadute.
Abramo è per noi “non solo padre della fede, ma padre nella speranza” (Papa Francesco). Egli “credette, saldo nella speranza contro ogni speranza, e così divenne padre di molti popoli”. La speranza di Abramo – come anche la nostra – non si regge su ragionamenti, previsioni e rassicurazioni umane, ma si manifesta là dove non c’è più speranza, dove non c’è più niente in cui sperare. È quanto ha vissuto Abramo che, di fronte alla sua morte imminente e alla sterilità della moglie Sara, mentre si avvicinava la fine e non potevano avere figli, credette e ha avuto speranza contro ogni speranza. La grande speranza si radica nella fede, e proprio per questo Abramo è capace di andare oltre ogni speranza. La sua fede non si fonda sulla parola umana, sulle attese degli uomini o sulle loro argomentazioni, ma sulla Parola di Dio.
La nostra fede ha bisogno di guardare di più alla fede di Abramo e di modellarsi su di essa. Siamo chiamati a seguire l’esempio di Abramo, il quale si fida di Dio, “pienamente convinto che quanto egli aveva promesso era anche capace di portarlo a compimento” (Romani 4, 21).
Il Dio in cui crede Abramo è il Dio che salva, il Dio che fa uscire dalla disperazione e dalla morte, il Dio che chiama alla vita. Dio infatti “ha risuscitato dai morti Gesù” (Romani 4, 24), perché anche noi possiamo passare in Lui dalla morte alla vita.
Chiediamoci: noi, che celebriamo messe di suffragio e chiediamo che siano celebrate, siamo convinti di questo? Siamo convinti che Dio ci vuole bene e che tutto quello che ci ha promesso è disposto a portarlo a compimento? Ciò che il Signore ci chiede è che apriamo il nostro cuore alla fede, Lui farà il resto.
Abramo viene detto “padre di molti popoli”, perché risplende come annuncio di un’umanità nuova, riscattata attraverso la morte e risurrezione di Gesù dal peccato e dalla morte e introdotta una volta per sempre nell’abbraccio dell’amore di Dio. Questa è l’esperienza di fede che siamo chiamati a vivere anche noi. È in questa fede che facciamo memoria di Franco Fortugno e di tutti i nostri cari defunti.

Foto: corrieredellacalabria.it

Redazione

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