Attualità

Lollò Cartisano: la memoria è il ponte per risolvere il conflitto

Di Filippo Musitano

Quando si parla di memoria, sembra di mettere le mani in un grande contenitore, di quelli di un vecchio speziale di provincia, in cui è tutto in disordine, da maneggiare con cura visto che, nel prendere un farmaco salvifico, per disattenzione, si rischia di prendere una boccetta di veleno.
La memoria, per le vittime di mafia, è un presente che non finisce mai di passare, con un unico risvolto benefico che solo la memoria concede, ossia quello che permette di avere le rose sbocciate a dicembre, perché solo nel ricordo si rivive, ancora una volta, la bellezza di una presenza.
Ci vuole molta forza affinché quella memoria diventi cammino materiale, fatto di polvere e pietre, come quello che esiste alle pendici di Pietra Cappa, il monolite più grande d’Europa, il faro d’Aspromonte che ha sempre accolto tutti: monaci, latitanti, sequestrati, turisti, pastori, militari; balzato agli onori della cronaca quando la signora Sgarella la descrisse come “una roccia a forma di panettone.”
Lì, nei pressi del 38º parallelo, in qualche centimetro quadrato di globo terracqueo, segnata da una croce e una foto di Lollò Cartisano, sta la memoria di un uomo, adombrata dai larici e dai lecci, custodita sotto un terreno ferroso e rossastro.
Per arrivare al luogo in cui sono stati ritrovati i resti del fotografo bovalinese occorre battere un sentiero a tratti quasi inesistente, riprendendo i passi delle capre che segnano la via più sicura tra le eriche e la macchia mediterranea, dove serpeggiano piccoli torrenti con delle pietre bianche lucenti a fare da squame.
Un cammino che, di tanto in tanto, si interrompe per dare spazio al racconto di chi ha sofferto la perdita di un famigliare per mano della criminalità organizzata, come fosse una via crucis nella quale i partecipanti, come tanti cirenei, prendono in carico un pezzo della sofferenza della vittima di mafia.
Il racconto personale diventa, così, memoria collettiva, monito generale, mediazione, con la funzione rituale di esorcizzare i faggi d’Aspromonte e le querce secolari dal marchio impresso in tanti anni di sfruttamento di quei luoghi con finalità molto diverse da quelle per cui furono scelte dagli eremiti basiliani.
Il racconto diventa raccolto per chi ascolta e le parole di Deborah, Liliana, Vittoria, Francesco e altri, in località Acqua d’Abbati, diventa sorgente dissetante d’umanità, perché è attraverso la memoria delle vittime che si conoscono meglio le miserie umane.
La visione di mafia legata a contesti di arretratezza culturale, geograficamente localizzati, rischia di minimizzare il fenomeno, mentre la necessità vera è quella di un intervento soprattutto sul piano sociale, nel quale la memoria è il ponte per la risoluzione del conflitto.
Miserie umane che devono essere raccontate per la marina, per le città, per i paesi, per le piazze, perché sulla tomba di Lollò bisogna soffermarsi in religioso silenzio, ma è proprio allontanandosi da lì che bisogna iniziare a parlarne.

Foto: vivi.libera.it

*La storia di Lollò Cartisano viene approfondita nella videointervista alla figlia Deborah realizzata da Giovanni Ruffo.

Redazione

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