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Costume e Società

Potere degli esperti e/o esperti del potere

Di Mario Staglianò

Durante la settimana del Natale del 1885 Michael Faraday, il fisico più famoso dell’età vittoriana, tenne una affollata lezione pubblica per illustrare le nuove scoperte dell’elettricità. Oltre cento anni dopo, nella settimana di Pasqua del 2021, la virologa italiana Ilaria Capua (ma avremmo potuto considerare uno qualunque dei televirologi in servizio permanente effettivo) tiene, ospite di un programma televisivo, uno dei suoi sermoni in cui spiega ai telespettatori italiani come comportarsi per limitare la pandemia.
Pur avendo le due serate qualcosa in comune, la figura dell’esperto che si rivolge ai non esperti per proporsi come un punto di riferimento, esse sono tuttavia separate da un abisso, non solo temporale. Faraday non pensava di poter dire agli inglesi che cosa dovessero fare, la Capua (ma potremmo considerare uno qualunque dei televirologi in servizio permanente effettivo) ritiene invece che la scienza debba indicare alle persone la strada da seguire. L’esperto televisivo assomiglia di più a un Girolamo Savonarola che ai grandi scienziati. Lontani sono i tempi in cui Galileo Galilei, matematico e filosofo, scrivendo alla Granduchessa di Toscana, contrapponeva “Come si vadia al cielo” a “come vadia il cielo”. La distinzione, opportunamente aggiornata, riflette quella tra ciò che si vuole (o si deve) e ciò che si sa. Oggi, poiché il cielo non è più quello dorato della trascendenza, ma solo un oggetto di indagine fra i tanti, la distinzione si è apparentemente annullata e l’esperto non si limita al mondo ma, come la Capua, non ha più limiti nell’esercizio del proprio sapere. Chi meglio di lui sa cosa è meglio per noi?
Che cosa è la competenza esperta e quali sono i suoi limiti? Si tratta di una domanda spinosa e difficile da maneggiare. Come una scheggia di vetro al buio, comunque la si tocchi, si rischia di ferirsi. Il tema è la tensione tra l’autorevolezza della scienza e l’autorità (presunta, dovuta) degli esperti, tra scienza e scientismo, tra competenza esperta e libertà personale, tra esperti e non esperti. Questa tensione ruota attorno a tre domande: chi sono gli esperti? Perché fidarsi di loro?Fino a che punto?
L’esperto competente non è, ovviamente, solo una fonte di informazioni, ma è anche qualcuno che si suppone sia in grado di applicare la propria conoscenza per indicare ai non esperti, ma ben disposti uomini e donne della strada, la via da seguire. Ed è qui che si gioca il nocciolo della questione. Da un lato, le persone non sono più tanto ben disposte e così i pazienti sono impazienti, gli elettori sono insoddisfatti, i genitori non riconoscono l’autorità degli insegnanti e via discorrendo. Dall’altro lato, non è affatto scontato che l’esperto debba indicare la meta da raggiungere: al massimo la via per arrivarci, ma di sicuro non la destinazione. Su questa differenza (tra il fine e i mezzi) si gioca la differenza che divide scienza e scientismo e che causa una diffusa diffidenza. Se l’indigestione di informazioni da Internet è un fattore importante, il problema cruciale non è tanto la diseguaglianza epistemica quanto, piuttosto, un’invasione di campo dalla conoscenza alla assiologia. Faccio un esempio: l’esperto mi può dire qual è la dieta migliore per perdere peso, ma può decidere al mio posto se io devo condurre una vita da felice ghiottone o da snello sportivo? Ovviamente no. La competenza esperta riguarda la rete di rapporti funzionale-epistemico-causale del mondo, non i fini delle persone.
Quindi la domanda sulla competenza diventa una domanda sul potere. Chi ha il diritto e il potere di decidere? In breve, chi è che comanda? Questa è la domanda fondamentale di ogni gruppo di esseri umani. Ogni società ha dato una risposta diversa, spesso per motivi opportunistici goffamente mascherati da motivazioni di principio: dai re per diritto divino fino ai governi eletti dal popolo. In realtà il potere quasi sempre trova il modo di giustificare se stesso e le filosofie tendono, come la buona nottola di Minerva, a seguire il carro dei vincitori. Suggerire che i più competenti devono decidere presuppone che essi abbiano più diritto degli altri nello stabilire ciò che è meglio. Bisogna però ricordare che il contratto sociale è basato sull’uguaglianza delle persone in quanto soggetti liberi, non in quanto capacità cognitive. Vogliamo stabilire una quota di cittadinanza proporzionale alla conoscenza e alla capacità cognitiva? Facciamolo, ma che sia una scelta deliberata.
Il rapporto non virtuoso tra potere e sapere sottolinea l’uso strumentale che la politica fa dell’esperto che, a conti fatti, serve per prendere decisioni soprattutto se e quando risultano impopolari. Come l’aruspice comunicava al re etrusco la volontà degli dei, liberandolo da ogni responsabilità per decisioni gravi tipo la guerra, così i politici di oggi possono serenamente imporre scelte infelici per indicazione degli esperti. Se l’etrusco seguiva il volere degli dei, il cittadino di oggi attende il vaticinio serale al TG della sera quando gli esperti riveleranno al grande pubblico “quello che dicono i dati”.
In una cultura scientista, che vuole ridurre la persona a corpo, l’esperto sente di poter essere anche maestro di vita, perché lui o lei ci conosce meglio di noi stessi. D’altronde, l’abbiamo sentito dire tante volte (dal prete, dal critico d’arte, dallo psicologo, dal neuroscienzato o dal dietologo televisivo). Tutte figure cui si affiancherà tra breve, come ha scritto lo storico Yuval Harari, l’intelligenza artificiale con la promessa di conoscere il nostro bene meglio di noi stessi. Tutti costoro sono esperti di noi perché sono esperti del nostro corpo al quale, ci assicurano, noi saremmo riducibili. E così l’esperto sconfina nel dominio di ciò che è meglio e, da consulente, diventa guida esistenziale. L’esperto diventa una specie di guru che maieuticamente rivela a noi stessi quello che avremmo dovuto desiderare fin da sempre. L’esperto di noi diventa un esperto del nostro volere e quindi decide per noi.
La competenza oggi è una lotta per il potere. Se le figure professionali una volta erano garantite da una diseguaglianza epistemica spesso manifestata con trucchi da ciarlatani (il latinorum di Azzecca-garbugli) o con il disprezzo per dilettanti, oggi questa autorità non può più essere presupposta, ma deve essere conquistata e dimostrata in continuazione. Che fatica! E così si richiede la conferma della realtà e non soltanto la dichiarazione di conformità da parte di una compiacente e interessata comunità di riferimento (i dotti di corte, gli aruspici, i commissari di partito, le varie gilde e ordini professionali, la classe degli esperti). Troppo spesso l’esperto è stato soltanto qualcuno con un certificato o una medaglia. Verrebbe da dire: fatti non parole. Non certificati, ma prove sul campo. Non il plauso dei pari, ma la soddisfazione dei disuguali.

Foto: primaonline.it

Redazione

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