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L’Aspromonte di Maria

Di Antonio Strangio

C’era una volta un pastore di nome Italiano. Nativo di Santa Cristina d’Aspromonte, un piccolo paese della piana di Gioia Tauro, apparteneva a una povera famiglia dedita alla pastorizia e all’agricoltura.
Questo pastore, giovane e forte, come in genere tutti i pastori d’Aspromonte, che conoscono palmo palmo la montagna e dormono quasi sempre all’addiaccio (a volte insieme agli animali, come nel caso di Italiano, per proteggerli dall’attacco dei lupi e dei ladri), sin da piccolo era stato avviato al mestiere di vaccaro. In principio seguiva le mosse del nonno e del padre, giusto per imparare i trucchi del mestiere che richiede passione, volontà, sacrificio e amore. Una volta svezzato, gli fu ordinato di accudire da solo le mucche di proprietà della famiglia, anche perché il nonno e il genitore non avevano più la gamba giusta per stare dietro agli animali. Da quel momento badò da solo le bestie, e ogni giorno raggiungeva i piani di Carmelìa, perché in quella zona il pascolo era ricco e vario.
Un bel mattino, mentre era intento a contare le mucche e i vitelli, operazione che i pastori ripetono più di una volta nello stesso giorno, si accorse con grande meraviglia che mancava un giovane toro. Tanta e tale fu la sorpresa che per poco non cadde per terra per lo spavento. Come si sarebbe giustificato con suo padre? E con quale faccia avrebbe messo di nuovo piede in paese? Tutti l’avrebbero preso in giro e considerato un buono a nulla, anche perché perdere un toro di quella razza per la famiglia significava non avere più qualcosa di importante e prezioso. Come si dice oggi, un capitale. Ravvedutosi, non gli rimase altro che mettersi in cammino e sperare, con un po’ di fortuna e mestiere, di ritrovare da qualche parte il giovane toro. Cammina cammina, erano trascorsi più di tre giorni, la montagna l’aveva setacciata palmo a palmo, quando, superata la località di Nardello e il piano dei Riggitani, notò in lontananza la figura di un uomo.
Dai modi e dagli abiti che indossava non ci volle molto a capire che si trattava di un cavaliere, forse un principe. L’uomo, invece, si presentò come Ruggero il normanno, appassionato cacciatore, anche lui alla ricerca dei suoi cani da caccia, tre bellissimi levrieri, che aveva smarrito nel corso di una battuta qualche giorno prima. Il pastore, ripresosi dallo spavento, dopo essersi inchinato al cospetto di colui che era un nobile anche nel modo di presentarsi e che sfoggiava abiti di grande qualità, propose di proseguire insieme il cammino, sicuro che così la ricerca sarebbe stata più agevole, perché lui conosceva bene la montagna e il cavaliere (pardon, il conte), era armato fino ai denti se fosse stato necessario. Proseguirono di buona lena, quando in fondo alla valle, nel punto più basso, delimitato da due piccole fiumare, si presentò ai loro occhi uno spettacolo incredibile.
I due erano combattuti tra la paura e la fame, dacché non mangiavano da più di due giorni, e pensarono che proprio la fame stesse tirando loro un brutto scherzo, o che la stanchezza per il tanto camminare gli avesse indebolito pure gli occhi. Cercarono di ravvedersi schiaffeggiandosi come per capire se fossero svegli o se stessero sognando. Ma non dormivano, quindi non potevano sognare, ed ebbero modo di constatarlo quando, fatti pochi passi, ritrovarono il giovane toro e la muta di cani che avevano perduto inginocchiati in atto di adorare qualcosa che, da lontano, non riuscivano ancora a focalizzare.
Si avvicinarono e grande fu la meraviglia. Il giovane toro e i tre cani sostavano genuflessi in atto di adorazione davanti ad una croce di ferro che qualche istante prima avevano estratto fuori dal terreno, scavando con le corna il toro e le zampe i tre cani. Il pastore e il conte a questo punto caddero anche loro in ginocchio, le mani congiunte, anche perché un’altra visione, questa volta più grande e più luminosa, gli si parò d’innanzi: una signora bellissima, presentatasi come la Madonna, la quale li invitava a fare ritorno in paese e ordinare al parroco e a tutto il popolo che in quel luogo, dove il toro e i cani avevano scoperto la croce di ferro, venisse costruita una chiesa in suo onore. Ravvedutosi, il giovane pastore, in un lampo, fece ritorno in paese e raccontò quanto aveva visto al parroco e alla gente che, a sua volta, si recò sul posto descritto dal giovane pastore constatando così che quanto egli diceva corrispondeva a verità.
Nello stesso istante, anche il conte, che ora aveva una visione più chiara di quanto era avvenuto, decise che avrebbe impegnato gran parte dei suoi averi per costruire, in quel preciso posto indicatogli dalla bella signora, una chiesa a lei intitolata.
Era il lontano 1144.

Foto: ascenzairiggiu.com

Redazione

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