Costume e SocietàLetteratura

La cantina

I racconti della buonanotte

Di Bruno Siciliano

Sono al buio. Mi sono appena tolto la benda che avevo sugli occhi, ma non riesco a vedere bene lo stesso.
Non ricordo nulla, mi muovo a fatica in quella che dev’essere una cantina.
L’aria è irrespirabile, c’è puzzo di marcio, di muffa, di aceto, di polvere e mi sembra di soffocare.
Sono sdraiato a terra e ho un fortissimo mal di testa, sicuramente mi hanno picchiato e mi hanno drogato e poi anche legato. Al mio braccio destro ho ancora una manetta di quelle che si usano in polizia. Non c’è una luce e non riesco a trovare l’interruttore, forse non c’è mai stato.
Ma perché mi hanno ridotto in questo stato?
Non ho molti soldi da parte, sono un semplice impiegato, lavoro alla banca locale come cassiere, forse vorranno convincermi a fare qualcosa d’illegale.
Ho paura, forse mi tortureranno per ottenere quello che vogliono, non sono mai riuscito a resistere al dolore e forse mi ci costringeranno.
Respiro ancora a fatica, ma sono ugualmente riuscito a tirarmi su, la testa mi fa ancora molto male. Mi appoggio alla parete, è umida, è viscida per il muschio che la ricopre in parte.
Mi guardo attorno e mi accorgo che, piano piano, gli occhi si stanno abituando al buio.
Alla parete di fondo ci sono veri e propri strumenti di tortura: dei divaricatori, dei sospensori, dei coltelli, tanti, di ogni forma, dei ganci da macellaio, alcuni molto lucidi altri addirittura arrugginiti; c’è pure un torchio di quelli che si usano per spezzare le ossa degli arti.
Dio mio, ti prego, non ho mai fatto male a nessuno, lo so che mi rivolgo a te di rado ma tu non sei un Dio vendicativo, ti prego, non voglio morire e soprattutto non farmi soffrire.
Rumori, nelle stanze in cima alla scala.
No, adesso non più. Forse mi è sembrato.
C’è una finestra lassù in alto ma c’è pure una grata; se riuscissi ad arrampicarmi, forse potrei riuscire a toglierla dall’interno.
Cristina, la mia Cristina, ero con lei ieri sera.
Era bellissima e, nel suo vestito da sera, mi ha sussurrato che mi amava e che alla festa avremmo fatto l’amore, lei conosce i padroni di casa e forse ci saremmo potuti appartare, solo noi due. Ci vediamo così poco.
Basta, devo riuscire a trovare un sistema per arrivare a quella apertura lassù, forse se potessi mettere una sull’altra quelle casse per poter formare una scala, potrei raggiungere la finestra e avere una base solida da cui lavorare per creare un’apertura e fuggire. Devo farlo, devo avvertire la polizia.
Chissà che cosa hanno fatto a Cristina? L’avranno violentata o peggio ancora uccisa, Dio mio, fa che non sia vero e se l’avessero pure seviziata?
Ho paura non so se più per me o per lei.
Delle lacrime mi solcano il volto, ma non è il momento di lasciarsi andare, devo fare qualcosa.
Non ricordo nulla, non ce la faccio a concentrarmi e ricordare per quanto mi sforzi e la testa mi fa male e ho veramente paura.
A fatica riesco ad accatastare una, due, tre casse, sicuramente sono una base solida per arrivare a quella maledetta finestra. Mi arrampico con grande sforzo e quando sono quasi in cima, metto sbadatamente un piede in fallo e la catasta crolla miseramente.
Ho fatto un gran casino, ho fatto troppo rumore, mi rimetto dov’ero, mi fingo svenuto e aspetto che la porta si riapra e arrivino i miei rapitori.
Sento il chiavistello, aprono la porta che cigola ruotando sui suoi cardini, scendono, piano, si avvicinano, li sento, si chinano su di me, avverto la loro presenza, c’è pure una donna.
Poi un secchio d’acqua gelata si abbatte sulla mia faccia, sui miei abiti, delle risate di scherno:
«Grandissimo cornuto è un’ora che sei sceso per prendere dell’altro spumante e adesso che fai?»
«Ti stiamo aspettando tutti di sopra!»
«Al solito si è ubriacato, poi è inciampato ed ha battuto la testa.»
«Dai alzati, c’è Cristina che è in pena per te, le avevi promesso chissà quale acrobazia da Kamasutra… mi hai chiesto anche le manette e ti sta aspettando come una cretina nella mia stanza da letto.»
«Allora – balbetto con gli occhi fuori dalle orbite – i miei rapitori?»
«Ma quali rapitori, non hai un centesimo che fosse uno nel tuo conto in banca, chi cazzo vuoi che ti rapisca!»
«Dai torna su, eroe, e non scordarti, lo spumante è laggiù in quelle casse di fondo. Te l’ho detto che la lampadina era fulminata e non ti sei voluto portare neanche una torcia a pila!»
Sono ritornato su, la festa impazza, ho con me quattro bottiglie di spumante d’annata.
«La prossima volta ci andate voi» dico abbozzando un sorriso di circostanza.
«Puoi contarci, maledetto ubriacone e poi gli spinelli non aiutano certo a ragionare!»
«Vai su, adesso, vai da Cristina.»
«Se ce la fai, se no ci andiamo noi.»
Orride risate mi accompagnano mentre affronto i gradini della scala che porta alle stanze da letto. Adesso dovrò affrontare pure l’umore nero di Cristina!
Non ridete. A voi non v’è mai capitato?
Ebbene pregate il buon Dio che non vi capiti!
Mai!

Redazione

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