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Le unicità architettoniche calabresi: Santa Maria de’ Tridetti

Di Silvia Turello

Sono davvero tanti gli importanti reperti architettonici e archeologici calabresi meritevoli di particolare attenzione, perché accomunati dalla loro unicità. Alcuni di questi monumenti, infatti, pare siano gli unici esempi presenti in tutto il Sud Italia.
Oggi parleremo di una piccola chiesetta antica sita cinque chilometri prima dell’abitato di Staiti, conosciuto anche come il borgo più piccolo della Calabria (meno di 250 abitanti). Ci troviamo nella zona del piccolo comune di Brancaleone, in provincia di Reggio Calabria.
Nel mese di settembre ho contattato telefonicamente il Comune di Staiti per fissare un appuntamento e avere maggiori informazioni per raggiungere la piccola chiesa. Mi sono state fornite tutte le indicazioni necessarie sul percorso, le condizioni della strada e la distanza dal piccolo paese da un’impiegata comunale molto gentile che, al termine della conversazione telefonica, mi ha chiesto quanti saremmo stati. Le ho risposto che la nostra comitiva era composta da cinque persone, di cui tre provenienti dal centro nord Italia. La sua risposta, genuina, inaspettata e solare come un raggio di sole che buca la coltre di nuvole dopo un temporale durato troppo a lungo, è stat: «Grazie che venite a farci visita. Per noi è sempre un piacere accogliere nuovi ospiti». Ha aggiunto che c’è anche la possibilità di visitare il museo dei Santi Italo-Greci, nel paese, che la gestione è data al Comune e che, ovviamente per potervi accedere, serve la prenotazione e l’orario di arrivo.
Abbiamo scelto una domenica di fine settembre per andarci. Imboccando la strada che porta a Staiti, subito ci ha colpito il paesaggio incontaminato, le colline vestite dei colori di autunno, i greggi a pascolare.
Le absidi della piccola Chiesa s’intravedevano tra le colline e le distese di ulivi già dalla strada. Qualcuno definisce l’area e la chiesa stessa la San Galgano del sud, per la sua suggestività e le pareti perimetrali sopravvissute al tempo e alle calamità, non avendo più un tetto o una cupola da sorreggere, si ergono verso il cielo a ricongiungersi con Dio.
Abbiamo scoperto dal web che il monumento si presenta oggi corroso dal tempo. Si presume che l’antica chiesa, in origine, facesse parte di un convento ormai scomparso. Parte della navata centrale, così come parte delle pareti laterali e la cupola, sono andati perduti e, come vedremo, successivamente ripresi. Rimangono ancora in piedi il corpo della zona presbiteriale, con un piccolo accenno di cupola, crollata forse due secoli fa, e la facciata d’accesso alla chiesa.
La sua datazione è controversa. Alcuni studiosi ritengono che sia stata edificata nella seconda metà del XI secolo (secondo le teorie di Paolo Orsi e Stefano Bottari), ed è proprio la data indicata sul cartello; altri sostengono che sia stata costruita nella prima metà del XII secolo. È certa, comunque, la collocazione del monumento in un’epoca successiva all’occupazione normanna della Calabria (conclusa nel 1060 con la presa di Reggio Calabria). Sulla sua fondazione sono state infatti formulate varie ipotesi: una prima leggenda narra che sulla stessa area, sorgesse un piccolo tempio edificato dai locresi nel V-VI secolo a.C., costruito per ringraziare il Dio Nettuno per averli salvati da una tempesta, la cui statua era coperta da un prezioso mantello gemmato, poi trafugato da Annibale durante la sua permanenza sulla costa ionica calabrese per punire i Locresi, alleati di Roma. In quel periodo, infatti, si doveva scegliere se schierarsi con Annibale o con Roma, e molte colonie magnogreche scelsero Roma per questioni politiche.
Partendo dal presupposto che un tempio doveva preesistere, i basiliani se ne impossessarono tra il VII e l’VIII secolo, trasformandolo in una Chiesa greca in onore della Madonna del Tridente (chiara allusione alla divinità del mare), poi divenuto Tridetti. Secondo altre fonti, invece, la parola potrebbe derivare dal greco tridactilon (tre dita) per indicare il Bambino benedicente in braccio alla Vergine.
L’unico documento che però viene pervenuto sulla chiesa risale al 1060 e al suo interno si fa riferimento a un privilegio del Conte Ruggero d’Altavilla, il quale dispose l’assegnazione di parte delle rendite della badia al Capitolo di Bova, dal quale la stessa chiesa dipendeva.
Gli studiosi ritengono che per procedere a un’operazione del genere non soltanto il monastero brasiliano sarebbe dovuto esistere prima del 1000, ma a quella data doveva già avere la sua rilevanza liturgica. Paolo Orsi, archeologo sovrintendente alle antichità e alle belle arti della Calabria, scopritore di moltissimi tesori archeologici in Calabria, tra cui il sito archeologico delle terme di Kaulon, che scoprì la struttura nel 1912, ne fissa l’origine all’XI secolo, parlando appunto della preesistenza di un piccolo tempio.

Foto: calabriagreca.it

Redazione

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