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La Valle degli Armeni: Brancaleone Vetus

Locride… e dintorni in Mountain Bike XXVII

Di Rocco Lombardo

Dopo aver sconfinato il territorio della Locride, alcune settimane fa, spingendoci fino all’estremo lembo meridionale dell’Aspromonte, alle pendici della cosiddetta Calabria Greca, affronteremo quest’oggi un percorso in un circondario ancora vivo e testimone del nostro glorioso passato, in cui affondano le radici millenarie e le antiche vestigia del popolo Armeno, quale testimonianza di una civiltà perduta, perseguitata per secoli e dimenticata dalla storia. Le tracce del passaggio della civiltà Armena non potevamo non incontrarle in una terra d’accoglienza come la nostra, un crocevia millenario per tutti i popoli del Mediterraneo.
L’itinerario si snoda in un ambiente prevalentemente collinare, con ampie vedute panoramiche e passaggi tra tipica macchia mediterranea e greti di fiumare, attraversando terrazzamenti su cui insistono vigneti, uliveti e piantagioni estese di bergamotti, che da secoli ne hanno sempre caratterizzato il tipico paesaggio agrario; seguiremo quindi alcuni tracciati che costituivano un secolare reticolo stradale, derivato probabilmente da una centuriazione bizantina, che ci condurranno dalle pendici di Brancaleone Vetus fino all’abbazia di Santa Maria de’ Tridetti nel territorio di Staiti, consentendoci di completare il giro presso la Rocca Armenia (o Rocca Degli Armeni), l’antica Bruzzano Zeffirio, un percorso che nel suo complesso ci offrirà scenari di struggente bellezza, attraverso luoghi dimenticati da secoli in un pacifico e silenzioso angolo di Calabria, fatto di sentieri antichi, immersi nella storia, nella tradizioni, nella cultura che ne hanno contraddistinto da sempre l’identità.
Prima parte di questa nostra escursione sarà Brancaleone Vetus, o Brancaleone Antica, un antico borgo abbandonato, un paese fantasma disabitato e dimenticato per secoli, i cui ruderi solo in parte, e da alcuni anni, sono stati recuperati e inseriti nel Parco Archeologico Urbano della Calabria Jonica. Ha costituito per secoli l’abitato originario della Brancaleone odierna, il cui antico nome era Sperlonga, dal latino Spelonca e dal greco Spelungx che significa appunto caverna o spelonca. Situato in cima a un promontorio di arenaria, a circa 300 metri sul livello del mare, rappresenta un chiaro esempio di architettura classica basiliana che, per esigenze prevalentemente difensive, si sviluppava nei costoni montani e nelle alture per avere una visuale completa delle vallate sottostanti.
Anche se i primi insediamenti risalgono a epoche precedenti, il completamento dell’abitato viene storicamente fatto risalire intorno all’anno 1000, quando i monaci Greco-Bizantini, perseguitati e in fuga dall’Oriente, in questa terra trovarono rifugio, portando in dote forme nuove di civiltà, lingua, riti religiosi e costumi. Inizialmente, le loro abitazioni erano costituite da grotte e anfratti naturali, tutt’oggi ancora visitabili, a cui, successivamente, nel periodo dei Normanni, intorno al XI e XII secolo, si sostituirono i veri e propri monasteri, ancora oggi particolarmente presenti e diffusi in tutta la Locride.
L’abitato venne infine progressivamente abbandonato a seguito del tragico terremoto del 1783, che interessò buona parte della Calabria.
In una fresca e nitida mattinata novembrina, percorriamo la strada asfaltata che si inerpica per un paio di chilometri lungo i tortuosi tornanti del costone di arenaria che conduce alla città vecchia. Partendo dal centro di Brancaleone Marina, affrontiamo fin da subito buone percentuali di dislivello, che però non distraggono lo sguardo, man mano che si sale, dalla bellezza del panorama, con i raggi del sole che scaldano la nostra pedalata, irradiandosi sul mare azzurrissimo alle nostre spalle, veniamo catturati dalla vista suggestiva della chiesa dedicata a Maria Santissima Annunziata,posta a ridosso di una rupe su cui sorgeva il castello (XV secolo), che imponente si staglia in mezzo al paesaggio e al contesto rurale dell’antico paese.

La sensazione che offre il panorama è di totale benessere e serenità, il tempo quassù sembra essersi davvero fermato, l’ingresso del borgo, ben segnalato da cartelli toponomastici, è subito contraddistinto da una parete imponente e fluidadi roccia, lecosiddette Torbiditi, ovvero sedimenti di materiali originatisi milioni di anni fa per effetto di frane sottomarine, modellati e ammorbiditi nelle forme e nei disegni sinuosi dal tempo, dal vento e dall’acqua.
Lasciamo le Mountain Bike e proseguiamo a piedi, seguendo la via ciottolata di accesso principale al borgo, rimaniamo catturati dalla magia ancestrale del luogo fatto di stretti vicoli, di casupole di pietra ricoperte dalla vegetazione, che ne abbraccia i ruderi proteggendoli e preservandoli dalla totale scomparsa; il silenzio, interrotto solo dal richiamo di un falco che volteggia in cima alla rocca, ci accompagna fino a uno dei punti di maggior interesse del borgo, ovvero la Piazza Vittorio Emanuele, forse unica al mondo nel suo genere, per la particolarissima conformazione, direttamente ricavata e incastonata sulla roccia calcarea, e caratterizzata dalla presenza di diversi fori di silos, contenitori naturali e comunicanti tra loro, impiegati un tempo per la conservazione di liquidi; poche decine di metri più in alto e ci troviamo sul sagrato della ChiesaProtopapale dell’Annunziata, completamente crollata, di cui si distingue chiaramente la pianta, anche per l’affiorare di alcune cripte funerarie che ne delimitano chiaramente il perimetro; la vista mozzafiato panoramica sulla vallata è veramente scenografica, una raffigurazione toponomastica posta su una balaustra illustra e identifica, accompagnando lo sguardo dei visitatori, vetta per vetta, le alture dell’Aspromonte.
Riprendiamo i vicoli e percorriamo il ponte in legno che sovrasta e attraversa longitudinalmente la piazza incastonata nella roccia calcarea, una scala in ferro consente di scendere di livello e condurci all’entrata della grotta-chiesa denominata Albero della vita, una chiesa rupestre anch’essa unica nel suo genere in Europa, che ha rappresentato per secoli il cuore pulsante del culto Bizantino nell’area di Brancaleone, la cui caratteristica principale è rappresentata dall’ipogeo circolare con la presenza di un suggestivo pilastro centrale, il tutto ricavato in una spelonca al cui interno si conservano ancora alcuni graffiti di chiara matrice Armena, molto affine e molto aderente alle tipiche grotte chiese dell’Anatolia, dell’Armenia e della Cappadocia.
Inutile dire che il vasto complesso di ambienti rupestri rappresenta un patrimonio di altissimo valore storico e artistico, purtroppo sconosciuto ai più, per la funzione che le cosiddette grotte antropiche hanno mantenuto nel corso dei secoli, da semplici cavità rocciose, sfruttate come celle monastiche e luoghi di meditazione dai monaci basiliani, trasformate dai primi abitanti del luogo in rifugi sicuri e inaccessibili per sfuggire alle continue incursioni saracene, sfruttate in seguito come ambienti di servizio annessi alle abitazioni fino al loro definitivo abbandono.
Cesare Pavese, il celebre scrittore del ‘900, che qui scontò il suo esilio politico, ebbe modo di affermare che la discendenza dai Greci “… era evidente nel tatto e nella cortesia di ogni persona che lì ci viveva…”.Riprendiamo le MtB e la ciottolata che conduce alla chiesa Maria Santissima Annunziata, al cui interno ha sede un’associazione che si occupa meritoriamente del recupero e della valorizzazione del sito, e discendiamo, stavolta lato monte, dalla rupe di Brancaleone vetus, percorrendo una ripida ed emozionante mulattiera, sterrata e sconnessa in alcuni tratti, resa particolarmente insidiosa dal fondo bagnato, attraversando piantagioni profumatissime di bergamotti che, in pochi chilometri, ci riconduce nei pressi della Strada Provinciale per Staiti, da dove riprenderemo la seconda parte dell’escursione in compagnia dell’amico di avventura Giuseppe Piccolo.

Redazione

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