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25 Aprile: la festa di tutti

Mi stupisce un po’ il fatto che il nostro Paese riesca a essere diviso anche su una ricorrenza come quella del 25 Aprile. Negli ultimi anni, infatti, si sono fatte sempre più insistenti le voci di chi punta il dito contro la Festa della Liberazione accusandola superficialmente di essere una festa della sinistra.
Generalmente, chi taccia la ricorrenza di essere vuota di significato, sottolinea innanzitutto che il 25 Aprile del 1945 l’Italia era ormai bella che liberata dal nazifascismo e che l’insurrezione di quei giorni difficili sarebbe stata una soluzione di comodo visto proprio l’andamento della campagna alleata su suolo italiano. Sorvolando sul proverbiale trasformismo italiano, che ci ha fatto vincere una guerra nella quale siamo stati fino all’ultimo momento utile dalla parte dei perdenti, credo che sia bene sottolineare che le celebrazioni odierne vengono realizzate in occasione del 25 Aprile per ricordare il giorno in cui il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia proclamò l’insurrezione generale in tutti i territori ancora occupati dai nazifascisti, indicando a tutte le forze partigiane attive nel Nord Italia facenti parte del Corpo Volontari della Libertà di attaccare i presidi fascisti e tedeschi imponendo la resa. Si tratta, insomma, di una data simbolica e sindacare su di essa, permettete il paragone, sarebbe come polemizzare sulla scelta della Chiesa di festeggiare il Natale proprio il 25 Dicembre o, ancora meglio, sulla scelta di celebrare la Pasqua in una data variabile.
Un altro paio di maniche, invece, è l’accusa che si tratti di una festa della sinistra. Analizzando la semplice etimologia dell’espressione festa della Liberazione mi sembra abbastanza facile capire che si voglia ricordare la liberazione di qualcosa da qualcosa, nel caso specifico dell’Italia dal nazifascismo, per estensione del Paese da un regime totalitario. Ricondurre la questione a una mera antinomia tra destra e sinistra significa ridurre la questione a una contesa politica e solo perché oggi si ha un’idea fin troppo vaga di che cosa il nazifascismo fosse veramente. Fascismo = destra come comunismo = sinistra è un’equazione quanto mai sbagliata, che offusca, anche solo per un momento, il fatto che si sta parlando in entrambi i casi di due regimi oppressivi, che hanno provocato, nelle loro svariate declinazioni, soltanto danni per i Paesi che li hanno subiti. Se cominciassimo, invece, a pensare ai due regimi come assimilabili (fascismo = comunismo ed entrambi = totalitarismo) allora forse usciremmo dall’impasse di ritenere giusto che solo una parte del Paese celebri il 25 Aprile, mentre l’altra provoca con il braccio teso al cielo affermando che quella festa non gli appartenga, una forma di radicalismo che, oggi, mi pare non venga presa in considerazione dall’ideologia di alcun partito di destra.
Appurato che la festa della Liberazione dal nazifascismo non è una festa della sinistra, è vero invece affermare che la sinistra, nel corso del tempo, se ne sia appropriata, facendo di chi accolse l’invito del CLNAI un eroe e di chi invece combatté fino all’ultimo nello schieramento opposto in nome di un’ideale in cui credeva un reietto della società. Niente di più sbagliato, soprattutto in virtù del fatto che parliamo di una ricorrenza che celebra il ritorno della democrazia in una Nazione martoriata e che, di lì a un anno, avrebbe preferito la Repubblica alla Monarchia varando la più bella Costituzione del mondo.
La festa della Liberazione, insomma, è in realtà quanto di più patriottico il nostro Paese potesse ideare e, al netto delle sacrosante considerazioni che Giuseppe de Rita, fondatore del Centro Studi Investimenti Sociali, ha recentemente espresso su Il Messaggero, dovrebbe essere considerata come uno dei momenti più elevati di Unità Nazionale e farci ritrovare quel senso di comunità di cui, soprattutto oggi, abbiamo un bisogno disperato.

Foto: ilriformista.it

Jacopo Giuca

Nato a Novara in una buia e tempestosa notte del giugno del 1989, ha trascorso la sua infanzia in Piemonte sentendo di dover fare ritorno al meridione dei suoi avi. Laureatosi in filosofia e comunicazione, ha trovato l’occasione di lasciarsi il nord alle spalle quando ha conosciuto la sua compagna, di Locri, alla volta del quale sono partiti in una altra notte buia e tempestosa, questa volta di novembre, nel 2014. Qui ha declinato la sua preparazione nella carriera giornalistica ed è sempre qui che sogna di trascorrere la vecchiaia scrivendo libri al cospetto del mare.

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