Attualità

Il 25 Aprile si dimenticò il Sud

Di Vincenzo Tavernese

Il 25 Aprile, che nel nostro calendario civile ricorda solennemente la Liberazione nazionale da Nazisti e Fascisti, è una grande festa primaverile, che ci permette, con un po’ d’immaginazione, di immergerci nel clima dei primi mesi del 1945, quando le sorti del conflitto mondiale sembravano segnate sin dal 1944 e si sentiva viva la tensione tra il già dello sfondamento sui fronti principali da parte degli Alleati e il non ancora della cessazione delle ostilità: le vite perse in questo scorcio di guerra sono sempre parse le più inutilmente sacrificate all’irrazionalità di una carneficina assurda e condotta barbaramente da parte dell’Asse, ma allo stesso tempo le più eroicamente spese per il riscatto di un Paese che, pagando un prezzo di sangue, ritrovava spazio tra le nazioni civili, togliendosi di dosso l’onta della stagione mussoliniana con i suoi frutti mortali. Il 25 Aprile segnò il compimento di questo dramma, la cui principale figura, dal punto di vista del filosofo della storia e della politica, fu il partigiano, le cui azioni spesso furono militarmente insignificanti, ma gettarono le basi di un’altra vita nazionale: basta leggere la ricca letteratura che autori problematici e seri come Beppe Fenoglio e Cesare Pavese ci hanno lasciato per comprenderlo pienamente. La primavera di bellezza evocata dal primo, nel titolo di un famoso romanzo dedicato alla lotta del partigiano Johnny, il 25 aprile 1945 sembrò finalmente arrivata.
La Liberazione porta con sé il mito di fondazione della Resistenza: un mito di inestimabile valore e con un robusto fondamento nei fatti, che ha favorito la nascita della democrazia repubblicana e contribuito a dare animo allo slancio che ha prodotto la rinascita anche economica dell’Italia martoriata dalla guerra. Ma qualcosa in questa narrazione manca e non si tratta di una questione di critica letteraria: manca il Sud.
Il 25 Aprile celebriamo anche l’anniversario della ritrovata unità nazionale, dopo che l’invasione anglo-americana da Sud e quella tedesca da Nord divisero in due il Paese nel 1943: le imprese della Resistenza, con il proprio portato di valori epici e sentimenti forti di umanità e libertà, ebbero il proprio teatro da Roma in su, mentre la storia nel resto d’Italia fu abbastanza diversa.
Romanzi come Mimì Cafiero e Vita di Stefano di Mario La Cava descrivono bene la società calabrese ai tempi del fascismo, quando il potere dittatoriale entrò in diretto antagonismo con i maggiorenti malavitosi: un contrasto sostanzialmente prepolitico, fatto di prove di forza, incapace di risvegliare una coscienza civile in maniera diffusa e organica. Non che non esistesse nel meridione un’estesa classe di persone dotate di spiccate capacità di comprensione politica, ma queste passarono dal pantano della dittatura a quello del regime di occupazione, senza avere l’occasione di misurarsi con il rischio e la sfida della guerra civile, con i dilemmi e le tragedie di quella lotta e senza godere successivamente di sufficiente spazio, conquistato sul campo, per fare valere le proprie ragioni. Gli Alleati, in questo processo, svolsero un ruolo non certo positivo: ormai è consegnata alla storia la condiscendenza con la quale le forze di occupazione restituirono libertà di azione, talvolta rivestendole anche di autorità, a riconosciute personalità mafiose, non solo in Sicilia.
Il 25 aprile 1945 la gloriosa epica della Resistenza dovette saldarsi e convivere con la vicenda di un Sud orfano di una storia di emancipazione politica e civile: fu un’occasione perduta. Piccoli o grandi sussulti ci furono in seguito: possiamo ricordare, ad esempio, le lotte dei contadini o le coraggiose denunce dei meridionalisti, ma non riuscirono a innescare una pacifica e graduale convergenza nei livelli di sviluppo economico, politico e sociale, auspicata fin dai tempi della prima unificazione italiana, quella del 1861, e che neanche la riunificazione consumata con la Liberazione, il 25 aprile 1945, pose le basi, sociali e politiche, molto prima che economiche, per realizzare. La vita democratica inaugurata nel 1946 nel Mezzogiorno fu pesantemente condizionata da questa situazione: i partiti trovarono facile applicare a se stessi lo schema clientelare e sostanzialmente non politico, che trovavano già pronto nella vita sociale delle nostre regioni, per regolare i rapporti tra i detentori di autorità e i cittadini, che spesso continuarono a percepire se stessi come sudditi. Ancora oggi paghiamo le conseguenze di questa dimenticanza del Sud, che un’evocazione solo rituale o, addirittura, meccanica della Resistenza (di cui certo non dobbiamo trascurare il valore e l’importanza) in quest’occasione rischia, pur inconsapevolmente, di rinnovare.
Abbandonarsi allo sconforto, soprattutto di questi tempi, sarebbe facile. Io preferisco pensare, facendo appello all’intelligenza e alle altre molte qualità che agli Italiani (e ai Meridionali in particolare) non mancano che, quando anche la tempesta che oggi viviamo passerà, avremo forse un’altra occasione.
Se verrà, cerchiamo di non sprecarla.

Foto: insideover.com

Redazione

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One Comment

  1. “ormai è consegnata alla storia la condiscendenza con la quale le forze di occupazione restituirono libertà di azione, talvolta rivestendole anche di autorità, a riconosciute personalità mafiose, non solo in Sicilia.”
    Storia che moltissimi non conoscono…gli “ALLEATI”, sbarcati a est ed a ovest della Sicilia facevano la gara a chi arrivava prima a Roma, non erano interessati a liberare il SUD che subì il massacro anche economico grazie alle AM lIre…

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