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Attualità

Vincenzo Tavernese: «Il caso Rocco Femia esemplifica due millenni di dibattito sulla giustizia»

A 10 anni dallo scioglimento del Consiglio Comunale per infiltrazioni mafiose, la vicenda giudiziaria dell’ex sindaco di Marina di Gioiosa Ionica Rocco Femia ha subito una svolta importante che, pur assumendo toni lieti per il protagonista, rischia di lasciare un solco profondo nella comunità. Approfondisce il tema il vicesindaco di Marina di Gioiosa Vincenzo Tavernese.

A 10 anni dallo scioglimento del Consiglio Comunale per infiltrazioni mafiose, la vicenda giudiziaria dell’ex sindaco di Marina di Gioiosa Ionica Rocco Femia ha subito una svolta importante che, pur assumendo toni lieti per il protagonista, rischia di lasciare un solco profondo nella comunità. Per cercare di sviscerare la questione abbiamo voluto approfondire il tema interpellando il vicesindaco di Marina di Gioiosa Vincenzo Tavernese.
«La vicenda giudiziaria di Rocco Femia, che formalmente non è ancora chiusa, sembra però avviata a una conclusione di merito molto positiva: credo che sia opportuno soffermarsi su questo punto – afferma il professionista. – La formula assolutoria adottata dalla Corte d’Appello, peraltro la seconda a pronunciarsi sulla vicenda dopo un annullamento con rinvio da parte della Corte di Cassazione, esclude la sussistenza addirittura del fatto contestato, cioè il concorso esterno in associazione mafiosa da parte dell’ex primo cittadino del nostro Comune: questo produce un effetto ambivalente a livello personale e sociale. Da un lato, sollievo per l’approssimarsi della fine di un vero incubo, dall’altro, amarezza per una decennale vicenda che finisce con l’inquietante sospetto che non sarebbe mai dovuta cominciare per alcuni degli imputati, in particolare per tutti gli amministratori locali che sono andati incontro ad assoluzioni, benché abbiano patito lunghe carcerazioni preventive.»
Ma questa vicenda non rischia di alimentare la sfiducia dei cittadini nei confronti dello Stato e del sistema giudiziario?
È bene sottolineare che nel sistema giudiziario italiano alcune garanzie, come i tre gradi di giudizio, sono il prodotto di una lunga storia e sono un reale presidio di giustizia; quindi quando tra un grado e l’altro ci sono sentenze difformi non ha senso parlare di errori, perché la saggezza che ha prodotto questa scansione del processo partiva dal giusto presupposto che un unico giudice o un’unica corte potessero fare un vaglio dei fatti inadeguato. Il problema, semmai, è in tutto ciò che ruota attorno al processo, inteso come dibattimento: le eccessive ambizioni di carriera (dopo il caso Luca Palamara non possiamo certo fare finta che non esistano a tutti i livelli tanto della magistratura, quanto delle Forze dell’Ordine), il clamore mediatico disinformato, le fughe di notizie dagli uffici giudiziari (fortuite o orientate che siano). A far perdere fiducia nella giustizia terrena non è certo il singolo caso, per quanto grave, di errore, ma l’affastellarsi di fatti e circostanze che conducono anche il comune cittadino, per quanto ligio e attento, a chiedersi se è veramente al riparo da un sistema che finisce per infliggerti una pena, a volte pesantissima, ben prima di aver appurato se te la sei meritata. Questo vale certamente in ambito penalistico, ma anche il processo civile, soprattutto quando tratta di questioni molto rilevanti, può diventare una vera via crucis. Forse aver esagerato nel tempo il ruolo dell’ordine giudiziario nella lotta alla criminalità organizzata (del resto magistrati come Nicola Gratteri ricordano spesso e, secondo me, correttamente, che il contrasto alla ‘ndrangheta non può limitarsi alla repressione), sta iniziando a produrre un effetto di sfiducia certamente ingiustificato sul complesso dello Stato. Le istituzioni sono complesse, come la società. Quando parliamo di stato nel senso della sua domanda, intendiamo tanto gli eroi della lotta alle mafie, come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, gli agenti delle loro scorte o Angelo Vassallo, quanto anche magistrati, forze di sicurezza e politici infedeli: a volte celebrazioni troppo enfatiche delle eccellenze viventi e dei martiri del passato servono anche a nascondere le difficoltà a tenere alta la guardia nell’attività quotidiana, minuta e periferica. I cittadini devono iniziare a conoscere meglio lo Stato nelle sue articolazioni, affidarsi meno a semplificazioni e contribuire con il proprio senso critico a separare il grano dal loglio.
Un compito arduo, soprattutto nel caso di paesi che hanno subito più scioglimenti nell’arco di pochi anni, proprio come Marina di Gioiosa Ionica…
I riflessi di ripetuti provvedimenti di questo tipo restano in effetti molto più gravi di quello che si possa pensare: la continuità amministrativa è un elemento fondamentale soprattutto in un’epoca, come la presente, di grandi innovazioni in molte materie che interessano l’amministrazione locale. Dal 2015, ad esempio, è completamente cambiata la disciplina di bilancio degli Enti Locali, con la necessità di compiere negli anni scelte dolorose; in questi anni anche la raccolta, il trattamento e lo smaltimento dei rifiuti urbani sono stati oggetto di un processo di adeguamento a standard più accettabili, che avrebbe richiesto almeno un decennio di lavoro ininterrotto con una precisa strategia al fine di curare gli aspetti della questione che investono direttamente i Comuni. Le Commissioni Straordinarie, investite di particolari compiti, per quanto composte di persone qualificate e quasi sempre sensibili, non possono strutturalmente partecipare a questo tipo di processi di trasformazione della comunità: far capire ai cittadini che la spesa pubblica comunale non ha più la stessa funzione quasi assistenziale del passato o risvegliare in essi la sensibilità ambientale, piuttosto che maturare una strategia amministrativa che renda più fluidi e comprensibili tali passaggi, sono compiti che oggettivamente solo la politica può svolgere. Non tutti i residenti hanno piena consapevolezza di questo, quindi non tutti sentono l’urgenza di recuperare il tempo perduto: la voglia di partecipare costruttivamente alla vita pubblica, ulteriormente frustrata dal Covid-19, è ancora al di sotto degli standard di una vita democratica matura, che richiederebbe l’uscita dalla cloaca dei social media per affacciarsi all’aria aperta del confronto anche aspro ma leale e scoperto e senza intenti strumentali. Tuttavia, recentemente sono arrivati segnali positivi (penso ad esempio ai bellissimi incontri con i cittadini delle comunità rurali di Camocelli, Junchi e Leggio, dedicati ai problemi della raccolta dei rifiuti) e perciò rimango fiducioso: nonostante tutto, a Marina di Gioiosa ci siamo rimessi in via, cercando di far tesoro della miglior parte del lavoro svolto dalle precedenti Amministrazioni elette e dalle Commissioni Straordinarie.
Torna comunque di attualità il dibattito relativo alla necessità di cambiare la legge sullo Scioglimento dei Comuni per infiltrazioni mafiose…
Lo Scioglimento del Consiglio Comunale, come misura di prevenzione delle infiltrazioni mafiose, sembra collegato a una logica totalmente diversa da quella delle leggi che oggi governano la Pubblica Amministrazione: gli organi politici emanano atti d’indirizzo, spesso adottati su proposta dei funzionari o dei dirigenti, e approvano delibere a carattere generale, per esempio in materia di bilancio o urbanistica, piuttosto che di organizzazione del personale, tutte accompagnate da pareri tecnici, molti dei quali obbligatori, forniti dagli uffici dell’Ente e, ove previsto, dai revisori dei conti esterni. È pertanto evidente che ogni infiltrazione, anche non concretizzatasi in una condotta illecita ma espressasi a livello puramente potenziale e quindi meritevole di essere prevenuta, dovrebbe essere affrontata assumendo provvedimenti che investano l’insieme della struttura. L’arrivo di una Commissione Straordinaria, anche di eccezionale valore, ma costretta a operare con funzionari e dirigenti comunali, la cui avvicinabilità o la cui potenziale subalternità, anche solo culturale, è tratteggiata nelle relazioni che motivano gli scioglimenti, può giovare molto limitatamente. Il sindaco Geppo Femia si è a più riprese espresso per l’abolizione della norma che colpisce gli organi elettivi: certamente concordo con lui, ma nella misura in cui anche una profonda riforma coincide con un’abrogazione. Lo scioglimento del Consiglio dovrebbe avvenire solamente in rarissimi casi-limite, ben individuati da una nuova legge, mentre andrebbero introdotte norme che permettano di commissariare anche chirurgicamente i settori, le aree, i dipartimenti o in genere le articolazioni amministrative per cui un’ispezione ha rivelato pericolo di infiltrazione, allontanandone dirigenti o funzionari che subiscono un condizionamento ambientale, cercando di preservare il più possibile la continuità amministrativa a livello politico per le ragioni di cui sopra.
Quest’ultimo passaggio ci ricorda che siamo dinanzi a un delicato gioco d’equilibri, perché se da un lato la riforma è indispensabile e urgente, dall’altro non si può negare che il problema della criminalità organizzata esista. Come uscire da questa impasse?
La ‘ndrangheta non può certamente essere derubricata a problema secondario, ma neppure può essere elevata ad alibi, per parafrasare il titolo di un lucido volume di Ilario Ammendolia, per giustificare ogni carenza delle istituzioni e della società calabrese: l’idea che ci sia una saldatura perfetta tra ‘ndrangheta, politica ed economia in Calabria, cui dovrebbero far fronte magistrati, poliziotti e prefetture, è tanto sbagliata quanto semplicisticamente diffusa. Ci sono ‘ndranghetisti che coltivano rapporti con la politica (o forse sono essi stessi politici), che aprono attività a fini di riciclaggio, che cercano di entrare nei circoli elitari, come club service, logge massoniche e così via, e che tentano di corrompere magistrati e uomini delle istituzioni: a volte hanno successo, mentre altre volte trovano solide barriere che li respingono. Consolidare queste barriere, con serenità e fermezza, è l’unico modo per uscire dall’impasse di cui parla. A tal proposito, ritengo molto utile togliere un po’ di enfasi alla narrazione che si fa dell’attività delle mafie. Sono sostanzialmente d’accordo con il sindaco Geppo Femia quando dice che parlare di casate, rampolli, guerre e così via dia una dignità epica (sia pure in negativo) a certi personaggi ed episodi, assolutamente ingiustificata: rappresentare il vecchio boss come una caricatura del Nestore omerico e il giovane capobastone come un Achille desideroso di difendere il proprio onore, pronunciando la ormai celebre frase “ce ripigliamm’ tutt’ chell che è ‘o nuost’”, significa indulgere a un autorappresentazione nobilitante delle mafie, che ne rafforza il soft power, se così posso dire. Sarebbe più opportuna una rappresentazione realistica, che faccia emergere i caratteri grotteschi, meschini e contraddittori dell’azione della ‘ndrangheta e delle altre mafie. È certamente una piccola cosa, ma se iniziassimo a farla tutti, a cominciare dai creatori di contenuti culturali, camminare sulla via giusta sarebbe per tutti più immediato e naturale.
Ritorniamo a Rocco Femia. Perché una persona oggi riconosciuta innocente ha dovuto subire tutto questo e quali accorgimenti dovrebbero adottare gli amministratori locali per evitare di subire vicende simili?
La risposta alla prima parte della sua domanda richiederebbe una spiegazione generale sul perché, dopo millenni di civiltà occidentale, continuiamo a interrogarci sui malfunzionamenti della giustizia come, ad esempio, già faceva il poeta greco Esiodo nel VII secolo a.C. Questa spiegazione non sono proprio in grado di darla. Per quanto riguarda la seconda parte, da amministratore locale eletto posso dire che cerco attenermi al proposito, che personalmente ho imparato a recitare ai tempi del catechismo, di “fuggire le occasioni prossime di peccato”, un atteggiamento che, pure, pone il serio problema di distinguere il peccato dal peccatore. Quando era Procuratore capo a Reggio di Calabria, Federico Cafiero De Raho teorizzò che il magistrato reggino dovrebbe astenersi dal frequentare il circolo del tennis, perché tra gli associati potrebbero annidarsi degli ‘ndranghetisti: questo sembra identificare la mafiosità con una malattia contagiosa, da cui ci si dovrebbe difendere con una disciplina simile a quella impostaci dal lockdown, fatta di segregazione e contact tracing, a cui dovrebbero a questo punto attenersi non solo i magistrati, ma anche molte altre categorie di persone, compresi i politici. Su questo, personalmente, ho moltissimi dubbi, anche perché penso che una simile ritirata lasci moltissimi spazi liberi alla colonizzazione mafiosa. Facciamo un esempio concreto: se un politico incontra un mafioso può farlo per motivi leciti o illeciti. Assumere il pregiudizio per cui, anche se avviene per motivi, in contesti e per fini indubitabilmente leciti, questo incontro comporti una subordinazione della politica alla ‘ndrangheta, significa aderire a un’idea di società manichea e ingiusta, che lascia intendere che l’unica strategia di salvezza possibile sia la fuga e la clausura in una turris eburnea. Il condizionamento mafioso esiste e talora è forte, ma è tutt’altro che irresistibile, come dimostrano centinaia di storie. Di queste peraltro conosciamo solo quelle che si sono concluse con atti intimidatori o addirittura con delitti, causati da rifiuti di collaborare con le mafie in casi di particolare rilievo, ma ci sono moltissimi altri casi in cui un no detto serenamente nelle piccole questioni di ogni giorno ha chiuso, magari senza sbatterla rumorosamente, una porta in faccia allo ‘ndranghetista di turno, senza tragiche conseguenze. Un salmo si conclude con le parole: “fallisce il desiderio degli empi”. Nonostante sia arduo, io ci credo.

Foto: lentelocale.it

Jacopo Giuca

Nato a Novara in una buia e tempestosa notte del giugno del 1989, ha trascorso la sua infanzia in Piemonte sentendo di dover fare ritorno al meridione dei suoi avi. Laureatosi in filosofia e comunicazione, ha trovato l’occasione di lasciarsi il nord alle spalle quando ha conosciuto la sua compagna, di Locri, alla volta del quale sono partiti in una altra notte buia e tempestosa, questa volta di novembre, nel 2014. Qui ha declinato la sua preparazione nella carriera giornalistica ed è sempre qui che sogna di trascorrere la vecchiaia scrivendo libri al cospetto del mare.

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