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Costume e SocietàLetteratura

I siculi

La Repubblica dei Locresi di Epizephiri XXIII - Dopo aver approfondito il discorso sugli italioti è bene passare a parlare della seconda popolazione con cui i fuggiaschi greci ebbero a che fare quando arrivarono sulle coste della calabria: i siculi. Con loro, i rapporti furono dettati da accordi dall’equilibrio precario, che avrebbero condotto i locresi a prendere una decisione inaspettata…

Di Giuseppe Pellegrino

Vi sono tracce indiscutibili della presenza dei siculi agli scavi di Locri, dove la stipes thesauraria di Persefone (non è il tempio, contrariamente a quanto si crede) risulta essere dai greci costruita sulle fondamenta del tempio siculo.
Ancora. A Roccella Jonica sono stati trovati resti di armi (lance e spade) che uniscono la tecnica del bronzo con quella del ferro. Tecnica questa più conosciuta dai siculi che dai greci. Questo popolo aveva una conoscenza in materia molto raffinata, tanto che lavoravano il ferro con una tecnica non dissimile da quella che poi sarebbe stata usata per l’acciaio. Sul tema si tornerà quando si tratterà l’istituzione militare locrese, che si differenziava, e non di poco, da quella del resto dei Greci.
Dai siculi (ma anche dalla civiltà minoico-micenea) anche il rito di Persefone, che non poche conseguenze ha avuto e ha fino ai giorni nostri nel costume sociale e religioso.
Se, come sostiene la nostra rubrica con il richiamo di storici illustri, la permanenza a Sant’Anna di Bianco (Kramazia) sarebbe stata di circa 40 anni, vi è una maturazione del popolo locrese, nella sua triplice composizione politico-militare, notevole. Da qui la necessità di trovare un luogo più appropriato per fondare una polis. Raffaele Speziale sostiene che fu la necessità di risiedere in un luogo più ameno quella che spinse i Greci a spostarsi a Portigliola. La conclusione non è condivisibile, in quanto il territorio del Comune di Bianco presenta una fertilità maggiore di quello di Portigliola. La scelta fu di natura squisitamente militare. I locresi si ritenevano maturi per fondare una grande polis, essendoci ormai i kyloi. Cosa che significava dover difendere il territorio dai potenziali nemici e, soprattutto, di avere la necessità di collegamenti anche con il Tirreno, per prevenire un’eventuale aggressione che non sarebbe mai venuta dal mare, ma dai monti. Lo stesso posizionamento delle torri di difesa (Mannella e Castellace), che guardano verso i monti e non verso il mare, ne è prova indiretta. In tal senso anche la presenza di miniere di ferro, non solo in località detta Mongiana, ma nella stessa Stilo.
I calcidesi di Reghion erano lontani; vicini gli achei di Kaulon (l’odierna Monasterace); di Skilletio (Squillace) e Krothon (Crotone). Si aggiunga che nei pressi di contrada Janchina vi erano dei varchi che portavano al Tirreno: quello di Gerace e quello della Limina. Limina trova la sua etimologia in Limenyon, ossia strada che porta verso il Mare Ionio. Il che la dice lunga sul fatto che il senso di marcia era Tirreno-Ionio. Per essere più precisi, è bene ricordare, con Giuseppe Luccisano, che l’altopiano dello Zomaro presenta caratteri storici e archeologici non di poco conto per la tesi sostenuta, che affondano le loro radici tra il periodo neolitico e la tarda età del bronzo, tanto che risulta un sito ad alta intensità abitativa. La ragione stava anche nel fatto che il luogo si trovava sulla rotta del commercio di ossidiana, che partiva dalle isole siciliane (le Eolie) e raggiungeva le regioni ioniche. Si aggiunga la presenza di popolazioni sicule e di quelle enotrie, che sembra abbiano raggiunto il sito fin dal 1600 a.C., anche perché la pianura in sé stessa aveva una grande fertilità per la coltivazione. Tante le popolazioni che sullo Zomaro si sono successe, come gli ausoni; quanto ai siculi sembrano una popolazione successiva.
Questa, dunque la ragione della scelta del sito in contrada Janchina di Portigliola. D’altronde, la stessa aneddotica dei Patti Locresi, ne conferma il dato.
Qui vi era la possibilità di edificare una polis di tipo greco e, soprattutto, con le caratteristiche della Democrazia di Tipo IV per come favoleggiata da Aristotele. Tutte le fonti narrano di una presenza sicula sul territorio; territorio non molto ambito se, come sembra, i siculi a questo non ci tenevano molto. Furono madati dai locresi ambasciatori per un accordo sull’uso del sito per evitare in via preventiva una guerra, ma i siculi temettero che fosse l’inizio di un’occupazione totale dell’intero territorio. I siculi erano ormai ridotti all’osso, essendo stati spinti a emigrare in Sicilia. E precisamente in quella terra chiamata Sikania e che poi avrebbe avuto il nome di Sikelia. I locresi proposero un patto di non belligeranza. Tali trattati, seppure orali, erano dai greci, e non solo dai greci, rispettati con grande religiosità. Ma i locresi sapevano di non potersi accontentare di qualche ettaro di terreno per fare una piccola cittadella. L’insieme della popolazione locrese, siracusana e spartana, anche con le successive nascite, aveva portato la popolazione ad avere almeno mille maschi adulti (kyloi). Condizione, questa, presso i Greci, per formare una polis di tutto rispetto. Si decise di trattare con l’inganno.

Redazione

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