Costume e SocietàSport

Il sentiero Ferdinandea-Lacina

Locride… e dintorni in Mountain Bike XXXII

Di Rocco Lombardo

Punto di partenza e arrivo del percorso odierno sarà Villaggio Ziia (in passato anche Zija) una frazione ricadente nel Comune di Caulonia, un tempo villaggio minerario annesso al polo siderurgico di Mongiana,ove venne anche costruita una stazione d’arrivo della tratta ferroviaria per il trasporto di materiali e del minerale che partiva da località Cerasella. All’indomani dell’alluvione del 1951, la prefettura di Reggio Calabria, decise di costruire delle abitazioni per ospitare gli sfollati delle varie frazioni limitrofe, ma già a partire dagli anni ’70 molti iniziarono a emigrare abbandonando il sito; ai nostri occhi si presenta malinconicamente disabitato: ormai, da anni, solo poche famiglie risiedono a Ziia per tutto l’anno, mentre solo nel periodo estivo molti degli ex-abitanti ritornano a godere del paesaggio e della natura. Nonostante goda di un passato e di una storia relativamente recenti, lo annoveriamo nella fitta schiera dei borghi fantasma e dimenticati, che abbiamo avuto modo di visitare nelle nostre escursioni in MtB. Un grosso cancello d’ingresso malandato e parzialmente sbarrato rappresenta appieno la struggente metafora desolante che circonda questo villaggio in mezzo ai boschi.
La temperatura è particolarmente frizzante: non potrebbe essere diversamente, del resto, in questo periodo, nonostante il cielo terso e azzurro ci accompagni per la prima parte del percorso. Dopo aver percorso qualche tornante asfaltato e in salita della Strada Provinciale 9, imbocchiamo un sentiero sulla destra che, in falsopiano, attraverso una fitta vegetazione tipicamente mediterranea, ci conduce fino al cospetto di un’imponente frana, che, dalla conformazione del terreno eroso, appare ormai da tempo consolidata. Alzando lo sguardo in alto intravediamo parte dello stabilimento d’imbottigliamento dell’acqua minerale della fonte Mangiatorella, conosciuta e apprezzata per le proprietà organolettiche.
Non possiamo fare altro che percorrere il tratto scosceso e franoso con le MtB in spalla, un brevissimo tratto da affrontare con particolare prudenza che mette subito a dura prova la nostra resistenza, sferzato da raffiche di vento sostenute, prefigurandoci sin da subito le asperità che incontreremo nel divenire dell’escursione. Ci immergiamo quindi nel fitto bosco, più riparato dal freddo vento contrario, e proseguiamo lungo la traccia GPS sul costone della montagna. Il sentiero fangoso comincia pertanto a inerpicarsi raggiungendo subito discrete punte di dislivello: il fondo umido e scivoloso non aiuta di certo il grip delle gomme sullo sterrato. Lo scenario è comunque quanto mai incantevole e suggestivo, un’immersione totale nella natura e nel silenzio assoluto, interrotto solo dall’incidere meccanico della nostra pedalata, il sentiero si sviluppa, in altitudine, tra gli 800 e i 1.400 metri sul livello del mare della vetta di Monte Pecoraro, alternando dolci profili in falsopiano a profonde e pericolose fenditure sul sentiero, solcate e segnate nel terreno dall’incidere delle acque piovane.
L’interesse naturalistico e paesaggistico del luogo va di pari passo con quello storico, arriviamo infatti, dopo alcuni chilometri, nei pressi della località Piano della Chiesa, costeggiando la parte più alta del sentiero che ci condurrà in seguito fino alla vetta di Monte Pecoraro, da dove sarà possibile scorgere la costa Ionica e la brulla vallata dello Stilaro. Ripreso un brevissimo tratto asfaltato, dopo alcune centinaia di metri si staglia dinanzi a noi imponente quel che rimane della Ferdinandea. Come anticipato il toponimo è evocativo dell’origine Borbonica: nel 1833 veniva infatti inaugurato quello che per molto tempo, erroneamente, è stato ritenuto essere il casino di caccia di re Ferdinando II, mentre dal punto di vista storiografico l’imponente realizzazione edificata nel cuore della montagna, tra superbi abeti e faggi secolari, costituiva il nucleo secondario di una ferriera, succursale degli stabilimenti siderurgici di Mongiana, edificata nel quadro di un rinnovato interesse alla valorizzazione dell’industria siderurgica e nella necessità di affiancare nuovi impianti di fusione; si individuò quindi nella struttura esistente, accanto alla quale nel frattempo era stato realizzato un villino di caccia, il nucleo su cui realizzare il nuovo complesso; una scelta felice e strategica effettuata dai tecnici borbonici per le caratteristiche peculiari del luogo, molto vicino ai Monti Stella e Cosolino, dai quali si poteva estrarre il minerale di ferro, e attraversato da numerosi corsi d’acqua, indispensabili nelle diverse fasi della lavorazione.
L’impatto visivo di questo luogo, fermo nel tempo e perso tra le selve delle Serre, è veramente suggestivo, una vera e propria realtà rarefatta, fedele rievocazione cinematografica iconicamente rappresentata in molte pellicole ambientate nei secoli scorsi.

È una costruzione squadrata a due piani in stile austero, con al centro un vasto cortile e una fontana, in uno stato purtroppo di degrado e abbandono. Appoggiamo le bici di fronte all’ingresso principale, nei pressi di una piccola chiesa, purtroppo anch’essa abbandonata, per riposare e immortalare il paesaggio con foto e filmati di rito; dal cancello chiuso scorgiamo ciò che resta dell’imponente complesso che, nonostante i numerosi progetti e studi avviati per il recupero, appare decisamente abbandonato a se stesso, a testimonianza di un passato col quale bisogna invece ancora confrontarsi.
Gli edifici della fonderia sono pertanto ancora in attesa di restauro, mentre ciò che rimane dell’altoforno, demolito intorno al 1950, è avvolto e coperto dalla fitta vegetazione; nel corso della sua breve esistenza produttiva, Ferdinandea seguì inevitabilmente la stessa sorte toccata a Mongiana: progettate entrambe come fabbriche di armi per l’esercito regio per essere poi convertite a produzioni civili (i binari della prima tratta ferroviaria italiana Napoli – Portici furono fusi proprio nei loro altiforni), dovettero fare i conti con l’Unità d’Italia, che sancì la fine della storia industriale di quello che fu uno dei primati produttivi del sud Italia. Probabilmente la scelta fu di carattere politico: le forze industriali che avevano finanziato l’impresa unitaria, interessate al settore, non gradivano la concorrenza di imprese meridionali, ecco quindi che furono venduti tutti gli stabilimenti siderurgici del circondario a un’asta vinta dall’ex garibaldino e poi parlamentare del nuovo regno, Achille Fazzari,chefece di Ferdinandea una ricca e lussuosa dimora nella quale, tra gli altri, soggiornarono il fondatore de Il Mattino di Napoli, Edoardo Scarfoglio e la moglie e scrittrice Matilde Serao, che la accostò al leggendario castello incantato di Parsifal.
Si tentò comunque di riattivare il centro siderurgico ma, non avendo nessun tipo di aiuto statale, si riconvertì il tutto in un’azienda agricola-pastorale, avviando lo sfruttamento dei boschi e delle vicine sorgenti di acqua oligominerale, già allora note come Fonti della Mangiatorella, passata in seguito ad altra proprietà. Il complesso fu quindi acquistato dalla Società Idroelettrica Piemontese, che adibì parte del casino di caccia ad abitazione per le maestranze impiegate nella conduzione della centrale elettrica, che alimentò di energia i paesi vicini fino al secondo dopoguerra.
Il tempo sembra essersi fermato al secolo scorso tra questi boschichecustodiscono tante meraviglie, non solo quindi luoghi naturalistici bellissimi, ma veri tesori dell’archeologia industriale, chiesette, antiche ferriere, centrali idroelettriche, resi ancora più suggestivi dalla natura che li avvolge. Seguendo la strada sterrata sulla destra della vecchia fonderia, si scende tra gli alberi attraverso un percorso affascinante che si snoda su un antico sentiero, caratterizzato da lunghi tratti lastricati in pietra che, dopo aver superato quello che ora è un edificio per il ricovero di bestiame, attraversa un ponte sopra il piccolo torrente Stilaro, fino a raggiungere i resti del raccordo delle condotte forzate proveniente dalla diga Giulia e dalla diga sul torrente Ruggiero.
Invece di imboccare il sentiero che porta a valle, che segue il percorso della condotta forzata fino allo straordinario salto delle Cascate del Marmarico, le più alte dell’Appennino meridionale, optiamo per il sentiero in salita che piega a sinistra per completare l’ascesa a Monte Pecoraro. Costeggiando il canale della centrale idroelettrica, raggiungiamo la Diga Giulia, costruita appunto per produrre energia tra il XVIII e il XIX secolo insieme a diverse altre dighe e piccole centrali ora tutte dismesse. Scorgiamo l’invaso del lago Giulia, alimentato dal vallone Folea, tra gli alti faggi e la fitta vegetazione, un ambientazione che conferisce al luogo tratti fiabeschi e suggestivi: non possiamo non fermarci ad ammirare tale spettacolo. La temperatura, sempre più rigida, ci consente però solo una brevissima sosta, prima di intraprendere il tratto finale che conduce in vetta a Monte Pecoraro, che con i suoi 1.440 m s.l.m, costituisce l’altura più alta del Parco delle Serre. La pioviggine che ci accompagna da alcuni chilometri, alzandoci di quota, si trasforma prima in un fitto nevischio, per poi ammantarci di bianco nei pressi della vetta, conferendo alla nostra escursione un valore epico di ineguagliabile compiacimento. La neve tutt’attorno è uno spettacolo inaspettato e coinvolgente, l’incedere delle ruote lungo il sentiero immacolato ci consegna uno dei percorsi più affascinanti ed emozionanti mai affrontati prima.
Con i compagni di viaggio Giuseppe Piccolo, Giuseppe Pileggi e Antonio Maccarone, dopo avere immortalato l’impresa con foto e filmati di rito, infreddoliti come non mai, affrontiamo la discesa verso Serra San Bruno e il Lago Lacina, oggetto della seconda parte della tappa che vi racconteremo la prossima settimana.

Redazione

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